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Collaboratori di giustizia, il rischio è che non collaborino più

Dopo l’omicidio di Marcello Bruzzese a Pesaro, molti sono i collaboratori di giustizia che stanno valutando di interrompere la loro collaborazione con lo Stato, perché si sentono traditi.

La Magistratura potrebbe perdere, da qui a breve, il fondamentale apporto di alcuni collaboratori di giustizia che hanno messo in piedi, e sostenuto in aula, molti dei principali processi alla criminalità organizzata. Il rischio che qualche pentito potesse decidere di interrompere la propria collaborazione era nell’aria già da un po’ di tempo: almeno da quando, a fine dicembre scorso, i legali dei collaboratori di giustizia coinvolti nel processo Aemilia avevano protestato affinché si sbloccassero i rilasci delle identità che ne avrebbero coperto la segretezza.

I pentiti del processo Aemilia

Le dichiarazioni nelle aule del Tribunale di Bologna del boss Nicolino Grande Aracri, che avrebbe accusato i collaboratori di giustizia di essere bugiardi, ha lasciato dell’inquietudine in coloro che avrebbero dovuto testimoniare al processo Aemilia.

Circostanze chiare sono emerse durante l’udienza del 28 dicembre scorso, durante la quale, presumibilmente per paura, molti collaboratori di giustizia hanno tentato di non ripetere quanto avevano precedentemente raccontato negli interrogatori. Tanto è vero che gli avvocati degli imputati hanno cercato di smontare l’attendibilità delle loro rivelazioni.

Le paure dei pentiti del processo Aemilia

Lomicidio a Pesaro di Marcello Bruzzesefratello di un collaboratore di giustiziaha poi contribuito a far aumentare le loro paure.

L’avvocato Luigi Li Gotti, che in passato seguì pure i pentiti Tommaso Buscetta, Giovanni Brusca e Francesco Marino Mannoia, e che ora assiste il collaboratore di giustizia Giglio, ha recentemente dichiarato: «Bisogna sbloccare il rilascio dell’identità di copertura, al momento chiesta da alcuni e non ottenuta neppure in via provvisoria. Ma dev’essere la politica, non il Servizio centrale operativo, a intervenire. Attraverso un altro nome, anche dopo un piccolo incidente stradale, ci si rifà al certificato penale che riporta i precedenti. Così tutte le parti vengono a sapere di chi si tratta. Serve una modifica».

L’avvocato Adriana Fiormonti, che segue il pentito Muto, non vuole invece parlare di paura: «Muto ha fatto una scelta. Lo ha ripetuto anche a Brescia. La sua decisione rimane confermata». Anche se non si esime dal dire: «Dopo aver fatto una scelta di vita, sentirsi esposti ha un effetto deflagrante».

Il caso di Massimo Stupore

È del 14 gennaio scorso la lettera-denuncia alla testata Diario1984 del collaboratore di giustizia Massimo Stupore, estromesso dal programma di protezione, in cui denuncia senza mezzi di termini che lo Stato lo ha condannato a morte.

Nella lettera-denuncia dell’ex collaboratore di giustizia Massimo Stupore, ex affiliato al gruppo Bottaro-Attanasio, si legge: “Volevo informare tramite il vostro giornale sia i magistrati che le forze dell’ordine che a giorni farò ritorno a Siracusa perché non ho altri posti dove andare. Sono consapevole dei rischi cui vado incontro perchè so che alcune persone, che conosco, che sanno impugnare una pistola, sono in grado di uccidere una persona”.

Gli altri collaboratori di giustizia

Massimo Stupore non è l’unico collaboratore di giustizia a cui lo Stato ha revocato il programma, infatti un’altra ex collaboratrice, che per segretezza chiameremo Maria, non è stata riammessa al programma, ma lo Stato vuole obbligarla a testimoniare in un processo per ‘ndrangheta.

Inoltre, anche Luigi, un altro collaboratore di giustizia della ‘ndrangheta, un personaggio di spicco che ha collaborato e tuttora collabora con molte Procure italiane, sta valutando di interrompere la sua collaborazione con la giustizia. Una giustizia che ne risentirebbe non poco se tutti costoro interrompessero il loro percorso di collaborazione.

di Maurizio Inturri

Fonte Cisiamo.info

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