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Archivio mensile Maggio 2019

Giovanni Falcone CdG

Giovanni Falcone,un padre indimenticabile per i collaboratori di giustizia.

Il Comitato sostenitori dei collaboratori di giustizia,i Collaboratori tutti e i loro familiari, commemorano questo giorno,23 maggio,ricordando quell’uomo divenuto magistrato e amico dei “pentiti”,Giovanni Falcone.

Non possiamo non onorare il giudice che ha riscritto un’intera storia di mafia,quel magistrato uomo che aveva capito come attuare le regole per sconfiggere la mafia e dall’altra come abbattere i muri dell’onore,rimanendo al proprio posto e a difesa dello Stato, ma aprendo le porte a tutti i boss che volevano dissociarsi da quella vita maledetta e da quelle barriere separatiste, fino ad allora vigenti,che non permettevano la dissociazione da quella di dannati senza speranza.

Ritroviamo quanto premesso in alcuni libri e interviste, anche se rare,che Giovanni Falcone ha potuto concedere.

Come è possibile dimenticare questo magistrato uomo o strumentalizzarne questo eroe e la sua immagine?

Eppure,in questi giorni, sta accadendo questo!

Egli fu il primo a convincere un mafioso a collaborare con la giustizia, Tommaso Buscetta, e questo “pentimento” lo si deve proprio alle caratteristiche umane di Falcone;possiamo, quindi, dire che il primo pentito italiano decise di pentirsi proprio per la fiducia e la stima che nutriva nei confronti di Falcone.

Lo stesso magistrato siciliano nel libro “Cose di cosa nostra”, scritto a quattro mani con la giornalista Marcelle Padovani, si riconosceva questo ruolo:

“Sono dunque diventato una sorta di difensore di tutti i pentiti perché, in un modo o nell’altro, li rispetto tutti, anche coloro che mi hanno deluso, […]. Ho condiviso la loro dolorosa avventura, ho sentito quanto faticavano a parlare di sé, a raccontare misfatti di cui ignoravano le possibili ripercussioni negative personali, sapendo che su entrambi i lati della barricata si annidano nemici in agguato pronti a far loro pagare cara la violazione della legge dell’omertà”.

Giovanni Falcone invitava addirittura a fare di più, a provare a mettersi nei loro panni, nei panni dei pentiti:

“Provate a mettervi al loro posto: erano uomini d’onore, riveriti, stipendiati da un’organizzazione più seria e più solida di uno Stato sovrano, ben protetti dal loro infallibile servizio d’ordine, che all’improvviso si trovano a doversi confrontare con uno Stato indifferente, da una parte, e con un’organizzazione inferocita per il tradimento, dall’altra”.

E lui stesso dirà:

“Io ho cercato di immedesimarmi nel loro dramma umano e prima di passare agli interrogatori veri e propri, mi sono sforzato sempre di comprendere i problemi personali di ognuno e di collocarli in un contesto preciso. Scegliendo argomenti che possono confortare il pentito nella sua ansia di parlare. Ma non ingannandolo mai sulle difficoltà che lo attendono per il semplice fatto di collaborare con la giustizia. Non gli ho dato mai del tu, al contrario di tanti altri; non lo ho mai insultato, come alcuni credono di essere autorizzati a fare, e neppure gli ho portato dolci siciliani, come qualcuno ha insinuato. Tra me e loro c’è sempre un tavolo, nel senso proprio e metaforico del termine: sono pagato dallo Stato per perseguire dei criminali, non per farmi degli amici”.

“Conoscere i mafiosi – ha proseguito poi Falcone – ha influito profondamente sul mio modo di rapportarmi con gli altri e anche sulle mie convinzioni. Ho imparato a riconoscere l’umanità anche nell’essere apparentemente peggiore; ad avere un rispetto reale, e non solo formale, per le altrui opinioni. Ho imparato che ogni atteggiamento di compromesso – il tradimento, o la semplice fuga in avanti – provoca un sentimento di colpa, un turbamento dell’anima, una sgradevole sensazione di smarrimento e di disagio con se stessi. L’imperativo categorico dei mafiosi, di “dire la verità”, è diventato un principio cardine della mia etica personale, almeno riguardo ai rapporti veramente importanti della vita. Per quanto possa sembrare strano, la mafia mi ha impartito una lezione di moralità”.

Lui stesso,ancora, disse:

“Questa avventura ha anche reso più autentico il mio senso dello Stato. Confrontandomi con lo “Stato-mafia” mi sono reso conto di quanto esso sia più funzionale ed efficiente del nostro Stato e quanto, proprio per questa ragione, sia indispensabile impegnarsi al massimo per conoscerlo a fondo allo scopo di combatterlo”.

Luigi Bonaventura,collaboratore di giustizia,passato dalla ‘ndrangheta all’antimafia,oggi testimonial del “comitato sostenitori dei CdG”,così ha dichiarato:

Il Dott.Falcone ha trattato noi pentiti con comprensione,empatia ed esempio,e questo a mio modesto avviso è il vero metodo da adottare per sconfiggere le mafie,togliendogli uomini e terreno, e mano a mano diffondendo agli stessi “pentiti”cultura di legalità umanità e altruismo,solo così questa cultura potrà diffondersi anche dopo la nostra morte,come un seme diventa albero,così i nostri figli e le nostre future generazioni possono divenire semi per altri alberi,in un territorio marcio.

Già ieri,un altro passo importante a livello transnazionale è balzato agli occhi dell’intera comunità europea. A margine dei lavori della ventottesima sessione della Commissione per la Prevenzione del Crimine e la Giustizia Penale (CCPCJ) delle Nazioni Unite,e dopo un incontro aperto con gli interventi,prima dell’Ambasciatore Maria Assunta Accili,Rappresentante Permanente d’Italia presso le Organizzazioni Internazionali a Vienna,a seguire da:John Brandolino,Direttore dei Trattati dell’Ufficio delle Nazioni Unite sulla Droga e il Crimine e da Cesare SirignanoSostituto Procuratore presso la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo,la stessa Accili ha dichiarato:

la Convenzione Onu contro il crimine organizzato transnazionale fornisce una base per il riconoscimento transnazionale dello status di testimone nei procedimenti giudiziari, includendo i collaboratori di giustizia.

Un altro importantissimo riconoscimento che vede fondamentale il contributo dei collaboratori di giustizia nei processi a livello internazionale.

Per tale motivo, per noi del Comitato sostenitori dei collaboratori di giustizia, la figura di Giovanni Falcone rappresenta qualcosa di più, un legame tra ciò che eravamo e quello che siamo diventati, anche se in molti disprezzano i Collaboratori di giustizia e soprattutto i loro figli e familiari.  

Un ringraziamento ai quanti ci stanno sostenendo,giunge dalla nostra presidente Valeria Sgarlata,in questa particolare giornata di commemorazione in onore di Giovanni Falcone.

ComitatoCdg in Europa

Il COMITATO SOSTENITORI CDG riconosciuto in Europa

Non si ferma il Comitato sostenitori CdG,fondato da Luigi Bonaventura e Valeria Sgarlata (presidente dello stesso),che insieme a tante persone incensurate sta portando avanti un nuovo progetto di antimafia 3.0 in tutta Europa.

Il Comitato,oggi con numerosi sostenitori,iniziò con una semplice pagina Facebook a diramare notizie riguardanti i collaboratori di giustizia che vivevano nel silenzio,e purtroppo diseredati dalla società civile;ma oggi è diverso,si respira aria nuova e di rinnovamento.

Con impegno,ognuno porta supporto ai collaboratori di giustizia ed ai loro familiari (veri testimoni di legalità),sia in Italia che all’estero;avete capito bene,alcuni ex collaboratori si sono rifatti una vita all’estero,ma non per questo vivono bene!

Grazie al sito web creato dal Comitato (qui per vederlo),la pagina ufficiale Facebook (qui per seguirla) e il canale ufficiale di Youtube (qui per vedere i video),ognuno del team cerca di informare e diffondere la cultura dell’antimafia,senza dimenticare nessuno.

Luigi Bonaventura già da tempo aveva iniziato il percorso di informazione tramite interviste,ma oggi il fenomeno più incisivo della “criminalità organizzata”,dove la ‘Ndrangheta detiene il ruolo primario con la sua sede principale proprio qui in Italia,ha spinto giornalisti di tutta l’Europa a chiedersi il perché di questo fenomeno inarrestabile,così le interviste da una parte di Luigi Bonaventura rilasciate a giornalisti della Svizzera,hanno rotto il silenzio ovunque.

In Italia,Rainews,ha intervistato Bonaventura,altri collaboratori di giustizia ed alcuni ex,grazie a Giovanni Taormina,ha raccolto testimonianze importanti che hanno portato – purtroppo – anche all’ intimidazione dello stesso (leggi qui per approfondire).

Il comitato ha proseguito con le testimonianze riprese da RSI (RSI Radiotelevisione Svizzera),che ha visto il confronto,dopo le testimonianze di Bonaventura, tra Antonio de Bernardo, sostituto procuratore della divisione distrettuale antimafia di Catanzaro e Sergio Mastroianni, procuratore federale, responsabile per la lotta al crimine organizzato federale.

Condoglianze ai familiari di Domenico Cricelli

Noi del Comitato Sostenitori dei Collaboratori di giustizia,ci stringiamo al lutto dei familiari di Domenico Cricelli,è difficile trovare le parole in questi momenti,quindi abbiamo pensato di esprimervi vicinanza con senno del poi..

Spesso la vita ci mette di fronte a prove che sembrano impossibili da affrontare, spesso la vita ci porta a chiederci il perché di tale prove, il perché di così grandi dolori. Spesso la vita ci fa inciampare in quella che sembrava una semplice strada dritta e ben asfaltata, ma che si rivela ricca di buche, insidie e ostacoli sui quali cadere. Oggi fa male, domani lo farà ancora e per sempre un pò di questo dolore rimarrà nel cuore.Ma, è la vita stessa a dare,regalare e togliere quel che ci da,Domenico ha dimostrato che cambiare si può e lottare (per ciò che conta),è un dovere!

Era il 12 luglio 2018,quando Domenico Cricelli, in audizione davanti a giudici e PM,in un processo in cui era imputato,dichiarò quanto segue:

«In queste condizioni morirò

e per questo vi chiedo di andare

in un posto in cui potermi curare».

Domenico era già gravemente malato,e già allora,lo stesso dichiarò che non gli venivano somministrate le cure..

Lo stesso,dichiarerà in quella audizione,ancora:

«Da quindici giorni attendo la somministrazione di farmaci indispensabili per me che non arrivano,io chiedo di essere processato da vivo e non da morto. Voglio andare in un posto in cui potermi curare ma se nessuno mi fa uscire morirò presto».

Si aggiunsero gli appelli dei suoi avvocati,Luigi Li Gotti, suo difensore insieme a Giuseppe Cichella, che rivolgendosi al tribunale (presidente Sergio Umbriano, a latere Lorenzo PrudenzanoEnrico Pompei) disse:

«Ricordatevi che l’imputato è affidato alla vostra tutela come detenuto e che la giustizia è umanità. Parliamo di un uomo che sta molto male e che chiede aiuto. Abbandonate il formalismo».

Ma chi era Domenico Cricelli?

Era fra i più attendibili collaboratori di giustizia dell’intera Calabria. Alcune sue dichiarazioni aspettano ancora, dopo anni, di essere adeguatamente valorizzate!

Deceduto all’età 51 anni, come collaboratore di giustizia,un male incurabile non gli ha dato scampo,eppure entrato nel programma di protezione nel 2004,teste prezioso per la Dda di Catanzaro le cui dichiarazioni sono state fondamentali per i processi:

  • “Dinasty-Affari di Famiglia”contro il clan Mancuso – la cui operazione è scattata nell’ottobre del 2003;
  • “Odissea” contro il clan La Rosa di Tropea – la cui operazione risale al settembre del 2006.

Le sue testimonianze sono state ritenute dai giudici più che credibili e attendibili, dando un aiuto prezioso agli inquirenti per fare luce sugli appalti ed i subappalti attorno alla costruzione del nuovo ospedale di Vibo Valentia,i quella che fu denominata inchiesta “Ricatto” della Procura di Vibo.

Cricelli aveva in particolare raccontato ai magistrati della Dda di Catanzaro di tangenti,riunioni in un residence di Briatico per spartirsi l’appalto legato alla costruzione del nuovo ospedale alla presenza di politici e imprenditori di primo piano.

Tali dichiarazioni,però,non furono valorizzate in quel processo rimasto alla Procura di Vibo,che vide il cambio di pm e collegi giudicanti,e che finì con prescrizioni e assoluzioni. 

Anche se le dichiarazioni di Domenico Cricelli,attualemte sono finite negli atti dei verbali dell’inchiesta “Black money”, dove lo stesso ha dettagliatamente spiegato i legami ed i rapporti di attuali personaggi politici di primo piano del Vibonese,anche tuttora in carica,non era forse così importante tentare di tutto per curarlo,questa è la storia dietro le quinte dei Collaboratori di Giusitizia!

Certamente l’Italia ricopre il primato delle disuguaglianze,Marcello Dell’Utri,ad esempio,detenuto dal 2014,quando diventò definitiva la sua condanna a sette anni per concorso esterno a Cosa nostra ha lasciato il carcere di Rebibbia,anche dopo essere condannato,soprattutto, per minaccia a corpo politico dello Stato, dopo la sentenza sulla “ Trattativa Stato – Mafia”,semplicemente perché era a :

“Rischio morte improvvista” – A incidere sulla decisione di concedere all’ex parlamentare il differimento della pena è la situazione del suo cuore: secondo i medici, infatti, l’ex politico siciliano poteva morire all’improvviso.

Questa è la “disuguaglianza” sulla vita,questo – forse – è il vero motivo per cui non riusciremo mai a sconfiggere la “criminalità organizzata”.

Un ringraziamento da parte del Comitato Sostenitori dei Collaboratori di Giustizia,

ai quanti si stanno stringendo attorno alla famiglia!

R.I.P. Domenico Cricelli

Napoli.Figlio di camorrista scende in piazza dopo il ferimento di Noemi.

Napoli scende nuovamente in piazza dopo l’ennesima sparatoria per le strade,questa volta,lasciando in fin di vita una bambina di 4 anni,Noemi.

Disarmiamo Napoli è stato chiamato questo corteo che chiede fortemente ” misure straordinarie” per fermare le sparatorie (tipo far west) nelle strade,episodi in cui la camorra balorda miete vittime innocenti. 

A questo corteo hanno partecipato, sia Arturo Puoti,il giovane che fu aggredito e ferito da una baby gang ,sia il figlio di un noto camorrista, Antonio Piccirillo che si è dissociato dal padre.

Arturo,la cui storia è molto conosciuta a causa delle molteplici coltellate ricevute che sollevò un caso mediatico, di non poco conto,  vogliamo riproporvela,in quanto può farvi capire meglio le dinamiche di Napoli.

Ecco la dichiarazione che Arturo ha reso,con coraggio, in questa manifestazione:

«So quello che provano i genitori e quello che in futuro potrebbe provare la bambina, per questo ha tutta la mia solidarietà», dice Arturo Puoti, «è incredibile che a Napoli ci sia ancora una situazione del genere. Servono misure straordinarie, dall’alto e dal basso. A Noemi dico: “Vai forte sorellina, che ce la fai”».

Antonio Piccirillo,invece,si è rivolto ai figli dei boss, come lui con queste parole:

«Sono il figlio di Rosario Piccirillo, che è un camorrista, ha fatto scelte sbagliate nella vita. Io voglio lanciare un messaggio a noi figli di queste persone: “Amate sempre i vostri padri, ma dissociatevi dai loro stili di vita, perché non pagano. Sarete pregiudicati per tutta la vita e se noi figli non faremo passi avanti, resteremo fossilizzati in questa cultura priva di etica. La Camorra ha sempre fatto schifo. I camorristi non rispettano nessuno».

Per quanto riguarda la piccola Noemi,stando all’ultimo bollettino medico,di ieri 5 maggio, i medici hanno fatto sapere che la bambina è ancora sedata e collegata al ventilatore meccanico.

A Napoli le storie si ripetono spesso e volentieri, non possiamo dimenticare gli eventi drammatici di una città alla “Gomorra”,ma non come film bensì la realtà irrefrenabile e inarrestabile!

Noi del Comitato sostenitori dei collaboratori di giustizia siamo vicini a Noemi, e a tutte le vittime innocenti di questa guerra balorda!

Omicidio Orazio Pino:I pentiti e i loro familiari perdono fiducia nello Stato

L’assassinio dell’ennesimo “pentito” Orazio Pino,ex killer di Cosa Nostra catanese,ha creato uno strappo di “fiducia” tra lo Stato,da parte, e i collaboratori di giustizia ed ex,dall’altra. Ma,in passato,anche il ministro dell’interno Salvini ci aveva messo di suo con le seguenti parole:”sono tanti i collaboratori di giustizia e i loro familiari”,ma cosa intendeva dire veramente con tale dichiarazione?

Non c’è voluto molto tempo per far traboccare un bicchiere già stracolmo di sangue;in pochi mesi, tra familiari di collaboratori di giustizia minacciati e assassinati,pentiti costretti a farsi le valigie più volte durante l’anno per essere trasferiti altrove,ed ex collaboratori costretti a fuggire all’estero per evitare di essere uccisi,il bicchiere si è versato!

Quello di Orazio Pino,malgrado non fosse conosciuto nella città in cui viveva come pentito (sic),ma come commerciante onesto,e timbrato per legge  solo nel 2016 da una interdittiva antimafia emessa dalla Prefettura di Genova in quanto “mafioso” –  un marchio indelebile – ,segue la strada di tante morti strane, come quelle che seguono:

  1. 13 aprile 2019,Domenico Cera, il cui cadavere era stata trovato in auto nella campagne di Ripoli di Mosciano (Teramo),causa:stroncato da un infarto;
  2. 26 dicembre 2018,Marcello Bruzzese, fratello di un pentito di ‘ndrangheta, ucciso in pieno centro a Pesaro il giorno di Natale, con decine di colpi di pistola,sotto protezione dal 2008!
  3. Gerardo D’Urzo, 51 anni, di Sant’Onofrio, che avrebbe dovuto testimoniare in video-conferenza da una località protetta nell’ambito di un processo Libra a Vibo, ma i magistrati egli avvocati hanno scoperto dopo 4 mesi che  era deceduto,come mai?
  4. Maria Concetta Cacciola, figlia del boss della ‘ndrangheta Gregorio Bellocco, madre di tre figli,fu trovata morta e successivamente si scoprì che la causa non era suicidio,ma era stata uccisa dai suoi familiari,perchè?
  5. 29 gennaio 1998,Anna Sodano,camorrista,voleva diventare collaboratore di giustizia e ne nacque un “cold case“;
  6. 3 dicembre 1994,Mario Scala,camorrista,voleva collaborare con lo Stato,spariti misteriosamente,chi sapeva?
  7. 18 marzo 2000,Gennaro Busiello,come Sodano e Scala,epurati è stato dichiarato,ma come è possibile che camorristi cantino al vento il pentimento?
  8. 18 marzo 2002,Giuseppe Schisa,come Sodano e Scala,epurato!

Potremmo continuare ma preferiamo fermarci,la scia di sangue è lunga quanto gli arresti e le condanne che hanno fatto emettere,per gli ultimi 4 della lista,invece,non scopriremo mai il loro contributo,purtroppo…

Ma l’aria di paura e insicurezza era nata dopo la seguente dichiarazione del ministro dell’interno Matteo Salvini:

All’ora,il ministro Salvini,quasi a giustificare l’accaduto (come si leggerà in alcune testate),sembrò sottolineare la richiesta del protetto, fatta anni prima,di fuoriuscire dal programma di protezione,ma anche l’ipotesi di non poter offrire a tutti sicurezza adeguata vista la mole dei “collaboratori di giustizia” e dei loro familiari.

Sarebbe d’obbligo chiedersi:se fosse vivo Giovanni Falcone,cosa ne penserebbe di tutto ciò?

Naturalmente lasciamo a voi le riflessioni del caso e naturalmente del video con le dichiarazioni del ministro!

Le paure,sempre messe in evidenza da varie testate e mass media che hanno intervistato diversi “collaboratori di giustizia”,e le varie richieste dell’aumento della protezione,sono state prese forse a cuor leggero?

Eppure lo sappiamo in tanti:

La mafia non dimentica!

Questa è una delle tante storie di mafia e ‘ndrangheta per cui collaboratori giornalistici e giornalisti sono tanti massacrati,questa è una delle tante storie di resistenza contro ogni forma di mafia!

Voi,cosa ne pensate?

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