Associazione Sostenitori Collaboratori e Testimoni di Giustizia

Giovanni Falcone,un padre indimenticabile per i collaboratori di giustizia.

Il Comitato sostenitori dei collaboratori di giustizia,i Collaboratori tutti e i loro familiari, commemorano questo giorno,23 maggio,ricordando quell’uomo divenuto magistrato e amico dei “pentiti”,Giovanni Falcone.

Non possiamo non onorare il giudice che ha riscritto un’intera storia di mafia,quel magistrato uomo che aveva capito come attuare le regole per sconfiggere la mafia e dall’altra come abbattere i muri dell’onore,rimanendo al proprio posto e a difesa dello Stato, ma aprendo le porte a tutti i boss che volevano dissociarsi da quella vita maledetta e da quelle barriere separatiste, fino ad allora vigenti,che non permettevano la dissociazione da quella di dannati senza speranza.

Ritroviamo quanto premesso in alcuni libri e interviste, anche se rare,che Giovanni Falcone ha potuto concedere.

Come è possibile dimenticare questo magistrato uomo o strumentalizzarne questo eroe e la sua immagine?

Eppure,in questi giorni, sta accadendo questo!

Egli fu il primo a convincere un mafioso a collaborare con la giustizia, Tommaso Buscetta, e questo “pentimento” lo si deve proprio alle caratteristiche umane di Falcone;possiamo, quindi, dire che il primo pentito italiano decise di pentirsi proprio per la fiducia e la stima che nutriva nei confronti di Falcone.

Lo stesso magistrato siciliano nel libro “Cose di cosa nostra”, scritto a quattro mani con la giornalista Marcelle Padovani, si riconosceva questo ruolo:

“Sono dunque diventato una sorta di difensore di tutti i pentiti perché, in un modo o nell’altro, li rispetto tutti, anche coloro che mi hanno deluso, […]. Ho condiviso la loro dolorosa avventura, ho sentito quanto faticavano a parlare di sé, a raccontare misfatti di cui ignoravano le possibili ripercussioni negative personali, sapendo che su entrambi i lati della barricata si annidano nemici in agguato pronti a far loro pagare cara la violazione della legge dell’omertà”.

Giovanni Falcone invitava addirittura a fare di più, a provare a mettersi nei loro panni, nei panni dei pentiti:

“Provate a mettervi al loro posto: erano uomini d’onore, riveriti, stipendiati da un’organizzazione più seria e più solida di uno Stato sovrano, ben protetti dal loro infallibile servizio d’ordine, che all’improvviso si trovano a doversi confrontare con uno Stato indifferente, da una parte, e con un’organizzazione inferocita per il tradimento, dall’altra”.

E lui stesso dirà:

“Io ho cercato di immedesimarmi nel loro dramma umano e prima di passare agli interrogatori veri e propri, mi sono sforzato sempre di comprendere i problemi personali di ognuno e di collocarli in un contesto preciso. Scegliendo argomenti che possono confortare il pentito nella sua ansia di parlare. Ma non ingannandolo mai sulle difficoltà che lo attendono per il semplice fatto di collaborare con la giustizia. Non gli ho dato mai del tu, al contrario di tanti altri; non lo ho mai insultato, come alcuni credono di essere autorizzati a fare, e neppure gli ho portato dolci siciliani, come qualcuno ha insinuato. Tra me e loro c’è sempre un tavolo, nel senso proprio e metaforico del termine: sono pagato dallo Stato per perseguire dei criminali, non per farmi degli amici”.

“Conoscere i mafiosi – ha proseguito poi Falcone – ha influito profondamente sul mio modo di rapportarmi con gli altri e anche sulle mie convinzioni. Ho imparato a riconoscere l’umanità anche nell’essere apparentemente peggiore; ad avere un rispetto reale, e non solo formale, per le altrui opinioni. Ho imparato che ogni atteggiamento di compromesso – il tradimento, o la semplice fuga in avanti – provoca un sentimento di colpa, un turbamento dell’anima, una sgradevole sensazione di smarrimento e di disagio con se stessi. L’imperativo categorico dei mafiosi, di “dire la verità”, è diventato un principio cardine della mia etica personale, almeno riguardo ai rapporti veramente importanti della vita. Per quanto possa sembrare strano, la mafia mi ha impartito una lezione di moralità”.

Lui stesso,ancora, disse:

“Questa avventura ha anche reso più autentico il mio senso dello Stato. Confrontandomi con lo “Stato-mafia” mi sono reso conto di quanto esso sia più funzionale ed efficiente del nostro Stato e quanto, proprio per questa ragione, sia indispensabile impegnarsi al massimo per conoscerlo a fondo allo scopo di combatterlo”.

Luigi Bonaventura,collaboratore di giustizia,passato dalla ‘ndrangheta all’antimafia,oggi testimonial del “comitato sostenitori dei CdG”,così ha dichiarato:

Il Dott.Falcone ha trattato noi pentiti con comprensione,empatia ed esempio,e questo a mio modesto avviso è il vero metodo da adottare per sconfiggere le mafie,togliendogli uomini e terreno, e mano a mano diffondendo agli stessi “pentiti”cultura di legalità umanità e altruismo,solo così questa cultura potrà diffondersi anche dopo la nostra morte,come un seme diventa albero,così i nostri figli e le nostre future generazioni possono divenire semi per altri alberi,in un territorio marcio.

Già ieri,un altro passo importante a livello transnazionale è balzato agli occhi dell’intera comunità europea. A margine dei lavori della ventottesima sessione della Commissione per la Prevenzione del Crimine e la Giustizia Penale (CCPCJ) delle Nazioni Unite,e dopo un incontro aperto con gli interventi,prima dell’Ambasciatore Maria Assunta Accili,Rappresentante Permanente d’Italia presso le Organizzazioni Internazionali a Vienna,a seguire da:John Brandolino,Direttore dei Trattati dell’Ufficio delle Nazioni Unite sulla Droga e il Crimine e da Cesare SirignanoSostituto Procuratore presso la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo,la stessa Accili ha dichiarato:

la Convenzione Onu contro il crimine organizzato transnazionale fornisce una base per il riconoscimento transnazionale dello status di testimone nei procedimenti giudiziari, includendo i collaboratori di giustizia.

Un altro importantissimo riconoscimento che vede fondamentale il contributo dei collaboratori di giustizia nei processi a livello internazionale.

Per tale motivo, per noi del Comitato sostenitori dei collaboratori di giustizia, la figura di Giovanni Falcone rappresenta qualcosa di più, un legame tra ciò che eravamo e quello che siamo diventati, anche se in molti disprezzano i Collaboratori di giustizia e soprattutto i loro figli e familiari.  

Un ringraziamento ai quanti ci stanno sostenendo,giunge dalla nostra presidente Valeria Sgarlata,in questa particolare giornata di commemorazione in onore di Giovanni Falcone.