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Archivio per categoria Cronaca nera

Condoglianze ai familiari di Domenico Cricelli

Noi del Comitato Sostenitori dei Collaboratori di giustizia,ci stringiamo al lutto dei familiari di Domenico Cricelli,è difficile trovare le parole in questi momenti,quindi abbiamo pensato di esprimervi vicinanza con senno del poi..

Spesso la vita ci mette di fronte a prove che sembrano impossibili da affrontare, spesso la vita ci porta a chiederci il perché di tale prove, il perché di così grandi dolori. Spesso la vita ci fa inciampare in quella che sembrava una semplice strada dritta e ben asfaltata, ma che si rivela ricca di buche, insidie e ostacoli sui quali cadere. Oggi fa male, domani lo farà ancora e per sempre un pò di questo dolore rimarrà nel cuore.Ma, è la vita stessa a dare,regalare e togliere quel che ci da,Domenico ha dimostrato che cambiare si può e lottare (per ciò che conta),è un dovere!

Era il 12 luglio 2018,quando Domenico Cricelli, in audizione davanti a giudici e PM,in un processo in cui era imputato,dichiarò quanto segue:

«In queste condizioni morirò

e per questo vi chiedo di andare

in un posto in cui potermi curare».

Domenico era già gravemente malato,e già allora,lo stesso dichiarò che non gli venivano somministrate le cure..

Lo stesso,dichiarerà in quella audizione,ancora:

«Da quindici giorni attendo la somministrazione di farmaci indispensabili per me che non arrivano,io chiedo di essere processato da vivo e non da morto. Voglio andare in un posto in cui potermi curare ma se nessuno mi fa uscire morirò presto».

Si aggiunsero gli appelli dei suoi avvocati,Luigi Li Gotti, suo difensore insieme a Giuseppe Cichella, che rivolgendosi al tribunale (presidente Sergio Umbriano, a latere Lorenzo PrudenzanoEnrico Pompei) disse:

«Ricordatevi che l’imputato è affidato alla vostra tutela come detenuto e che la giustizia è umanità. Parliamo di un uomo che sta molto male e che chiede aiuto. Abbandonate il formalismo».

Ma chi era Domenico Cricelli?

Era fra i più attendibili collaboratori di giustizia dell’intera Calabria. Alcune sue dichiarazioni aspettano ancora, dopo anni, di essere adeguatamente valorizzate!

Deceduto all’età 51 anni, come collaboratore di giustizia,un male incurabile non gli ha dato scampo,eppure entrato nel programma di protezione nel 2004,teste prezioso per la Dda di Catanzaro le cui dichiarazioni sono state fondamentali per i processi:

  • “Dinasty-Affari di Famiglia”contro il clan Mancuso – la cui operazione è scattata nell’ottobre del 2003;
  • “Odissea” contro il clan La Rosa di Tropea – la cui operazione risale al settembre del 2006.

Le sue testimonianze sono state ritenute dai giudici più che credibili e attendibili, dando un aiuto prezioso agli inquirenti per fare luce sugli appalti ed i subappalti attorno alla costruzione del nuovo ospedale di Vibo Valentia,i quella che fu denominata inchiesta “Ricatto” della Procura di Vibo.

Cricelli aveva in particolare raccontato ai magistrati della Dda di Catanzaro di tangenti,riunioni in un residence di Briatico per spartirsi l’appalto legato alla costruzione del nuovo ospedale alla presenza di politici e imprenditori di primo piano.

Tali dichiarazioni,però,non furono valorizzate in quel processo rimasto alla Procura di Vibo,che vide il cambio di pm e collegi giudicanti,e che finì con prescrizioni e assoluzioni. 

Anche se le dichiarazioni di Domenico Cricelli,attualemte sono finite negli atti dei verbali dell’inchiesta “Black money”, dove lo stesso ha dettagliatamente spiegato i legami ed i rapporti di attuali personaggi politici di primo piano del Vibonese,anche tuttora in carica,non era forse così importante tentare di tutto per curarlo,questa è la storia dietro le quinte dei Collaboratori di Giusitizia!

Certamente l’Italia ricopre il primato delle disuguaglianze,Marcello Dell’Utri,ad esempio,detenuto dal 2014,quando diventò definitiva la sua condanna a sette anni per concorso esterno a Cosa nostra ha lasciato il carcere di Rebibbia,anche dopo essere condannato,soprattutto, per minaccia a corpo politico dello Stato, dopo la sentenza sulla “ Trattativa Stato – Mafia”,semplicemente perché era a :

“Rischio morte improvvista” – A incidere sulla decisione di concedere all’ex parlamentare il differimento della pena è la situazione del suo cuore: secondo i medici, infatti, l’ex politico siciliano poteva morire all’improvviso.

Questa è la “disuguaglianza” sulla vita,questo – forse – è il vero motivo per cui non riusciremo mai a sconfiggere la “criminalità organizzata”.

Un ringraziamento da parte del Comitato Sostenitori dei Collaboratori di Giustizia,

ai quanti si stanno stringendo attorno alla famiglia!

R.I.P. Domenico Cricelli

Napoli.Figlio di camorrista scende in piazza dopo il ferimento di Noemi.

Napoli scende nuovamente in piazza dopo l’ennesima sparatoria per le strade,questa volta,lasciando in fin di vita una bambina di 4 anni,Noemi.

Disarmiamo Napoli è stato chiamato questo corteo che chiede fortemente ” misure straordinarie” per fermare le sparatorie (tipo far west) nelle strade,episodi in cui la camorra balorda miete vittime innocenti. 

A questo corteo hanno partecipato, sia Arturo Puoti,il giovane che fu aggredito e ferito da una baby gang ,sia il figlio di un noto camorrista, Antonio Piccirillo che si è dissociato dal padre.

Arturo,la cui storia è molto conosciuta a causa delle molteplici coltellate ricevute che sollevò un caso mediatico, di non poco conto,  vogliamo riproporvela,in quanto può farvi capire meglio le dinamiche di Napoli.

Ecco la dichiarazione che Arturo ha reso,con coraggio, in questa manifestazione:

«So quello che provano i genitori e quello che in futuro potrebbe provare la bambina, per questo ha tutta la mia solidarietà», dice Arturo Puoti, «è incredibile che a Napoli ci sia ancora una situazione del genere. Servono misure straordinarie, dall’alto e dal basso. A Noemi dico: “Vai forte sorellina, che ce la fai”».

Antonio Piccirillo,invece,si è rivolto ai figli dei boss, come lui con queste parole:

«Sono il figlio di Rosario Piccirillo, che è un camorrista, ha fatto scelte sbagliate nella vita. Io voglio lanciare un messaggio a noi figli di queste persone: “Amate sempre i vostri padri, ma dissociatevi dai loro stili di vita, perché non pagano. Sarete pregiudicati per tutta la vita e se noi figli non faremo passi avanti, resteremo fossilizzati in questa cultura priva di etica. La Camorra ha sempre fatto schifo. I camorristi non rispettano nessuno».

Per quanto riguarda la piccola Noemi,stando all’ultimo bollettino medico,di ieri 5 maggio, i medici hanno fatto sapere che la bambina è ancora sedata e collegata al ventilatore meccanico.

A Napoli le storie si ripetono spesso e volentieri, non possiamo dimenticare gli eventi drammatici di una città alla “Gomorra”,ma non come film bensì la realtà irrefrenabile e inarrestabile!

Noi del Comitato sostenitori dei collaboratori di giustizia siamo vicini a Noemi, e a tutte le vittime innocenti di questa guerra balorda!

Giovanni Taormina e Luigi Bonaventura

‘Ndrangheta in Friuli.A Giovanni Taormina, due pallottole per questa intervista?

‘Ndrangheta, mafia e business un intreccio che sta sconvolgendo il nord Italia,dove la RAI con i suoi giornalisti di punti sta scoperchiando i loro più intimi affari..e chissà cos’altro!

È arrivata qualche giorno fa la prima minaccia,fino a Udine nel Friuli Venezia Giulia, al giornalista Giovanni Taormina che ultimamente aveva intervistato l’ex ‘ndranghetista e collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura,della ‘ndrina Vrenna-Bonaventura del crotonese.

Tanto è bastato per far scoppiare la scintilla, e subito busta con proiettili e una foto il cui volto del giornalista era cerchiato? Possibile che le mafie siano davvero scomparse a questo punto in Friuli?

Abbiamo i nostri dubbi visti gli arresti che perpetuano tra Friuli e Veneto,lì dove la Mala del Brenta ha lasciato un segno,lì dove Riina junior ha vissuto,aveva i suoi amici e dove sono scattate censure giornalistiche e processi silenziosi a carico di agenti delle forze dell’ordine.

Dubbi e ipotesi che giornalisti come Taormina,tenaci e coraggiosi,vogliono documentare anche con le interviste a collaboratori di giustizia!

Droga,appalti,movimentazioni terrestri veloci,spostamenti di denaro con tutte le possibili monete del mercato, proprio lì dove tutto è tecnologico e il confine è a due passi,tutto è possibile,e a raccontarlo,in due video separati,sono giornalisti RAI che indagano!

Di sicuro,Giovanni Taormina avrà un tasto fin’ora nascosto bene nel Triveneto,ma che ora diverrà di pubblico dominio!
Mentre le indagini stanno facendo il loro corso e la DDA del FVG,in queste ore,sta stringendo la cerchia dei presunti colpevoli, noi abbiamo l’obbligo di continuare a raccontare!

Queste le nostre ipotesi!

Da quanto riscontrato nelle dichiarazioni della video intervista e dalle più recenti operazioni delle procure delle due regioni,possiamo affermare quanto segue:

  • Proprio nel Friuli si trova una finestra comoda che consente di fare business, si tratta di Monfalcone.

La città in questione è un polo industriale, scalo marittimo e centro di realizzazione per navi..un cantiere navale per l’esattezza, dove lavorano ditte con operai che provengono da tutta Italia e non solo..

  • Sappiamo per certo che attraverso: Abano Terme (Padova), Montegrotto Terme (Padova), Trieste, Latisana (Udine), Gradisca d’Isonzo (Gorizia), Monfalcone (Gorizia) e Ronchi dei Legionari (Gorizia) ed altre città venete, si muovono traffici pesanti di droga provenienti dall’Albania e dalla Slovenia,inoltre Venezia e Padova sono i luoghi di incontro (da sempre) di note figure che svolgono i loro affari,grazie alle ‘ndrine famose e pericolose dei Grande Aracri e Dragone riescono a infiltrarsi nelle attività di:edilizia, ristorazione, smaltimento rifiuti e narcotraffico,anche nell’ovest veronese e nel basso vicentino.

Non per ultimo,il veronese dove ultimamente ex pregiudicati trovano terreno fertile e con attività riescono a ricostruire il bel passato,o forse cattivo,riuscendo a mantenere anche salde le strutture della criminalità organizzata.
È nostra ipotesi che Taormina con le sue interviste a noti collaboratori di giustizia, come Bonaventura,ha scoperchiato il vaso di Pandora e per tale motivo sia stato minacciato in modo violento e diretto.

Ma quale sarebbe il vaso di Pandora?

L’uccisione di un maresciallo dei carabinieri nel foggiano,la “gomorra” che sta influenzando Napoli e le varie richieste di assistenza alle forze dell’ordine, fanno percepire un’aria di rinnovamento nella criminalità che sta alzando il tiro contro lo Stato (come ha dichiarato il collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura),una sfida dove si va a contestualizza una mafia “balorda”,(cioè quella costituita dai cani sciolti e micro criminali senza capo)dove “gli uomini d’onore” delle mafie da una parte e i “colletti bianchi”della mafia borghese dall’altra, non hanno interesse nel controllare, quasi come a dire:adesso pensateci voi!

Ed ecco il vaso di Pandora,dove una nuova criminaltà,la “mafia balorda”,si muove senza “capo”e tenta di arricchirsi in ogni modo possibile,già sulla metodica di arricchimento usata dalle “mafie”:cocaina,hashish,armi,rifiuti,appalti e pizzo,muovendosi senza paure e remore contro chi si pone contro!

Un allarme sociale che richiede l’intervento immediato da parte dello Stato,una vigilanza senza sosta da parte delle forze dell’ordine,ma che non possiamo chiedere con queste norme e pochi uomini al servizio dello stesso…

Con questa richiesta di attenzione e vigilanza,esprimiamo ancora massima solidarietà al giornalista,Giovanni Taormina e al collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura.

Lutto carabinieri

Solidarietà alla famiglia del maresciallo dei carabinieri Vincenzo Carlo Di Gennaro

Noi del Comitato Sostenitori dei diritti dei Collaboratori di Giustizia esprimiamo massima solidarietà alla famiglia del

maresciallo dei carabinieri Vincenzo Carlo Di Gennaro

siamo vicini a nome nostro,di tutti i collaboratori  e delle loro famiglie anche al sindacato SIM,per la dispartita di un combattente,ancora una volta caduto per difendere la nostra bandiera italiana!

Il Comitato sostenitori CdG,contro lo striscione di Napoli,risponde:”Pronti a morire”!

 Il silenzio e il mancato sostegno ai “pentiti” che ogni giorno gradualmente vengono diffamati e censurati,sta provocando un effetto contro il nostro stesso Stato e le forze dell’ordine.Ieri notte,a Napoli,non a caso uno striscione con svastica contro i “pentiti” di camorra è stato posto a bella vista davanti ad un asilo!

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Ne avevamo colto il segno sin da gennaio,mettendo in guardia sia il ministro Salvini che la stessa DNA,grazie al collaboratore di giustizia (ex boss di ‘ndrangheta) Luigi Bonaventura, che grazie ad un articolo – intervista di Fabrizio Capecelatro all’ex boss di ‘ndrangheta ne annunciò alcune trame. (qui l’articolo)

Lo striscione di domenica scorsa,nella curva sud presso lo stadio della capitale, l’Olimpico,a favore del nuovo “pentitoGennaro De Tommaso, meglio conosciuto come Genny ‘a Carogna,che metterà a tappeto gli ultimi strasci della “camorra” ha dato seguito ad un contrattacco verso “tutti i pentiti” con tanto di striscione e svastica,con un messaggio preciso:

«La vostra libertà puzza di infamità. Via da questa città. Ztl Lo Russo»

L’atto criminale e delinquenziale è stato messo in atto nella zona di Piscinola,da dove è arrivato l’allarme al 113 che arrivata sul luogo ha scattato qualche foto e poi ha rimosso lo striscione,peccato che la segnalazione sia arrivata alle 7 del mattino,ma già dice tanto..

Il tutto è accaduto quando Genny ‘a carogna,il nuovo “pentito” sarà impegnato nel processo d’appello per l’omicidio di Genny Cesarano, vittima innocente di camorra durante un blitz dei Lo Russo alla Sanità per colpire i rivali, gli Esposito-Genidoni. Ricordiamo che la testimonianza è importante perché mancano ancora due nomi dei partecipanti all’agguato, e dove un killer pentito potrebbe svelarne i nomi.

Insomma un subbuglio tra i resti dei “camorristi”,ma un nuovo segnale allarmante in quelli di Scampia e dintorni,dove i ragazzi sono cresciuti in un clima particolare e con “Gomorra”.

Già a maggio del 2017 la DDA di Napoli segnalava una svolta nelle zone di:Miano, Piscinola, Masseria Cardone, Scampia e Secondigliano,con effetti evolutivi che oggi vediamo.

Nel 2017 la DDA si espresse così:

sarebbero in atto delle modifiche agli assetti criminali, in parte determinate dalla destabilizzazione del gruppo lo Russo. Non accenna poi a diminuire l’operatività del clan Di Lauro, che può contare sulla guida dei componenti della stessa famiglia, liberi o latitanti, e sulle ingenti risorse economiche accumulate negli anni, soprattutto dalla gestione della vendita di stupefacenti a Scampia. L’altro gruppo locale, il clan Vanella Grassi, in passato scontratosi con i Di Lauro, rimane punto di riferimento nell’area napoletana per quanto concerne il traffico di stupefacenti, sebbene sia stato colpito da arresti di elementi apicali e di numerosi affiliati“.

Oggi il clima è diverso,molti camorristi sono diventati “pentiti” o scomparsi,è in atto una nuova generazione nata guardando una camorra organizzata che dallo spaccio di cocaina, eroina e droghe leggere,dove guadagnare 200 euro o più in un’ora spacciando o facendo da palo,è passata alla corruzione più assoluta e agli affari più proficui,ma ha favorito l’abbandono della scuola,la perdità dei lavori manufattieri che sempre hanno contraddistinto la Napoli per bene.

La nascita di questa “viva gomorra” è un segnale forte che i napoletani percepiscono bene,e più di loro la percepiscono i “collaboratori di giustizia” che capiscono la differenza tra intimidazione silenziosa e pubblica!

Una finestra aperta per tutte le mafie,questo è il messaggio lanciato per tornare a colpire lo Stato,qualcuno la chiamerebbe – e ne avrebbe ragione – Broken Windows, noi la definiamo “Gomorra”,la nuova camorra!

Noi del Comitato Sostenitori CDG

sosteniamo i pentiti contro i camorristi.

Adesso ammazzateci tutti!

Per i Gravina i collaboratori di giustizia sono “bastardi”,compreso il fratello Francesco!

A ridosso dell’articolo pubblicato stamane,vogliamo evidenziare come vengono accusati spesso i “collaborati di giustizia” da chi gli sta vicino ed ha paura.

Innanzitutto ci preme sottolineare quanto segue:per diventare CDG i procuratori e gli inquirenti,verificano in modo capillare le informazioni che il presunto collaboratore sta rilasciando,affinchè non ci siano falle nel sistema.

Una volta acquisite tutte le informazioni e raccolto i dati rilevanti,tramite le indagini e la raccolta del materiale tramite le tecniche:fotografiche,intercettazioni,pedinamenti ecc, al fine di condurre un’inchiesta che sfoci in una “operazione” o cosi detto “blitz“,il CDG è SOLO un presunto collaboratore,acquisite tutte le informazioni su menzionate,e quindi la genuinità delle rivelazioni,si entra nel programma riservato ai COLLABORATORI DI GIUSTIZIA;quest’ultimi insieme ai loro familiari,se decidono di farne parte,saranno sotto cura e protezione del NCP (Nucleo Centrale Protezione).

AMPLIAMO MEGLIO LA DESCRIZIONE

Chi sono i collaboratori di giustizia

Il collaboratore di giustizia è colui che, dopo aver fatto parte di un’organizzazione  che decide di dissociarsene, fornendo ai giudici informazioni sulla struttura dell‘organizzazione criminale e sui reati commessi dai suoi affiliati.

I testimoni e i collaboratori di giustizia sono tutelati dal cosiddetto servizio centrale di protezione,una struttura del Dipartimento della Pubblica Sicurezza – Direzione Centrale della Polizia Criminale del Ministero dell’Interno italiano.

Coloro che rientrano nella protezione hanno diritto a misure di reinserimento nel contesto sociale e lavorativo, a documenti personali fittizi e dell’assistenza finanziaria, psicologica, sanitaria e legale.

Come funziona in Italia la protezione dei “pentiti”

Il programma di protezione ha l’obiettivo di assicurare l‘incolumità delle persone esposte a grave e attuale pericolo per effetto della loro collaborazione e delle dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari e del giudizio.

Una delle leggi principali da tenere in considerazione per quanto riguarda l’avvio del fenomeno dei collaboratori di giustizia, è la legge 15 del 1980, che concedeva privilegi ai criminali in possesso di informazioni importanti.

Il contesto era quello della lotta al terrorismo. Furono però i giudici Giovanni Falcone, Ferdinando Imposimato e Antonino Scopelliti a intuire l’importanza del fenomeno del “pentitismo” nella lotta contro la criminalità organizzata.

Si deve a loro il varo di numerosi provvedimenti che incoraggiavano l’utilizzo dei cosiddetti “pentiti” nelle indagini. Uno di questi fu il decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82 ricordata come una delle prime leggi emanate per disciplinare il fenomeno nell’ambito della repressione della mafia in Italia.
La legge 82/1991 introduce per la prima volta in Italia la figura del “collaboratore di giustizia”. Si tratta di una figura da non confondere con quella del “testimone di giustizia”, introdotta dalla legge 45 del 2001.
Fonte Laura Mellissari (TPI)

Per capirci meglio,si entra in una strada senza uscita se il programma ha delle falle,per questo il COMITATO CDG,sostiene familiari e i CDG,assistendoli in tutte le fasi e cercando di non abbandonarli mai…

Mentre da una parte c’è chi si pente,sconta la propria pena,aiuta gli inquirenti e i magistrati a catturare “mafiosi e assassini”,dall’altra c’è chi li chiama “infami“.

Antonello Gravina non si aspettava che il fratello Francesco diventasse collaboratore di giustizia,lo chiama “bastardo”,lo stesso Antonello è stato arrestato nel 93,95,2002 ha preso una custodia cautelare… associazione,estorsione..insomma è pulito e per lui la mafia non esiste!

Antonello Gravina aggiunge che il fratello “CDG” deve rinunciare al cognome,mentre l’altro fratello, Raffaele,dice:”nella famiglia Gravina la parola pentimento non è mai esistita” ed aggiunge riferendosi al fratello,collaboratore di giustizia, Francesco: “ha fatto una figura di merda davanti a tutti”..peccato che anche questo fratello ha avuto problemi con la giustizia….

Io sono uno di questi,sono un “infame“,sono un collaboratore giornalistico e sostengo il COMITATO CDG!

Maurizio Inturri

Ricercati “possibilmente morti”.Collaboratori di giustizia in pericolo!Mayday!

Siamo in allarme,è un emergenza nazionale quella che attualmente stanno vivendo i collaboratori di giusitizia ed ex;si fa per dire ex,in quanto alcuni hanno dovuto abbandonare il programma per mancanza della applicazione completa della legge che gli permetterebbe:assistenza medica e farmaceutica senza svelare la loro identità,l’esenzione ticket e quindi l’ISEE,tanto per citarne alcuni…naturalmente,ma questo non si può dire,ci sono ex che collaborano ancora con inquirenti e magistrati,perchè per loro è diventata una missione di vita!

Ecco il compito che ogni giorno,24h24,svolge il COMITATO CDG,attraverso questo sito e la propria pagina Facebook,noi siamo a sostegno delle familiari,figli e parenti dei COLLABORATORI DI GIUSTIZIA!

 

Poche ore dopo dalla pubblicazione della prima parte della videoinchiesta sui collaboratori di giustizia,pubblicata su Corriere,da Rossano, in Calabria, è partita una telefona verso la Germania. «Ci confermi che davvero non vai a testimoniare?». A ricevere la telefonata è stata Maria Vallonearanci, la pentita di ’ndrangheta che in chiusura della scorsa puntata diceva: «Il sistema di protezione dei collaboratori di giustizia non mi ha garantito la tutela dei figli minori e un nome di copertura. Se così stanno le cose io ai processi non mi presento». 

Maria, un caso in Germania

È diventata un caso in Germania, al punto che Rtl (la principale emittente televisiva) e il settimanale Stern le hanno dedicano un approfondimento di quasi quaranta minuti. Perché Maria ha rifiutato il programma di protezione per i pentiti in Italia e attualmente si nasconde nei land tedeschi. Il marito di Maria (ora ex marito) fa parte del clan Acri- Morfò. Lo ha denunciato lei stessa ai magistrati (insieme ad altri capindrina) svelando i traffici illeciti tra Calabria e Germania. Più precisamente, Maria ha contribuito alla scoperta di un «Inter Club» a Fellbach, vicino Stoccarda, che fungeva da deposito di droga e banconote false oltre che da sede per i summit di mafia. Così è stato possibile ricostruire anche la rete di ristoratori italiani che nel Baden Wuttemberg erano costretti a comprare olio, vino, frutta, pesce e lavorati per la pizza solo da «mamma ‘ndrangheta». Affari a cui la stessa Maria prendeva parte con un ruolo ben preciso: punire quelli che non pagavano il pizzo. «Mi chiesero di incendiare l’auto a un ristoratore che nel Baden non voleva pagare» ci conferma. 

Nessuno più di lei era adatto per quel ruolo: nata in Germania, a Backnang, e con un marito dal nome pesante: Natale Acri, capobastone del clan Acri-Morfò di Rossano, in provincia di Cosenza. Dopo il pentimento le sue dichiarazioni sono finite in due importanti processi come «Stop» e «Stige», e ha testimoniato contro 28 affiliati. Complessivamente, hanno portato in carcere circa duecento persone, tra cui politici locali e imprenditori. Poi qualcosa non ha funzionato e quel qualcosa è il programma di protezione che aveva sottoscritto con il Servizio Centrale. «I miei figli non potevano andare a scuola perché c’erano problemi con i nomi di copertura; a Lucca sono stata trasferita in un appartamento dove scopro che il mio vicino di casa era un avvocato del mio stesso paese, Rossano, nipote di avvocati che la ‘ndrina aveva a libro paga; nel ritirare la pensione di invalidità di mia figlia (nella località segreta) scopro che all’ufficio postale di Rossano conoscevano dove e in che giorno la riscuotevo; quando mia figlia ha avuto bisogno di alcuni interventi chirurgici non ho potuto chiedere assistenza all’Asl perché i documenti di copertura che mi fornirono non lo consentivano… Presa dalla paura, ho rinunciato al programma e mi sono nascosta in Germania, prima dai miei genitori a Winnenden e poi in altri land». 

Le falle della copertura in Italia

L’elenco delle cose incredibili che capitano sotto copertura ce lo fa durante una videochiamata. È in un’auto e si sposta di frequente. «Qui rischio tutte le mattine, sono una morta che cammina. Dal carcere di Milano dove è recluso Tonino Palmieri (il boss che gestiva i traffici illeciti attraverso l’«Inter club» di Fellbach) mi sono arrivate delle lettere di minaccia. Dice che se mi presento ai processi non vedrò i miei figli crescere». Attualmente è la polizia tedesca (IKA) a garantirle una qualche forma di protezione. «Lo fanno in via ufficiosa, non potrebbero e non sono obbligati» spiega Maria. 
Al telefono ci conferma anche che dopo la sua denuncia alla stampa le hanno garantito un monitoraggio almeno fino a quando dall’Italia non arriveranno notizie sul tipo di tutela che meriti. 

Il collaboratore: «Quattro anni e mezzo allucinanti»

Durante l’intervista a Maria ci arriva una telefonata da parte di un collaboratore di giustizia. E’ il primo pentito del clan Zagaria, quello che ha testimoniato sui rapporti tra i fratelli dell’onorevole Luigi Cesaro di Forza Italia e il clan dei Casalesi. Ha saputo della nostra inchiesta e ci tiene a dire la sua a costo di essere espulso dal programma di protezione (i collaboratori non possono avere contatti con gli organi di informazione). «Non mi interessa, sono quattro anni e mezzo che vivo una situazione allucinante. Mi hanno portato in una località ad alto rischio, forse mi vogliono far ammazzare. Già in passato un carabiniere, che adesso è stato arrestato, mi accusò falsamente di evasione». Ci riferisce che la compagna ha da poco partorito e ha avuto problemi con i bambini. «E’ un macello, non riescono a garantirmi l’assistenza sanitaria. Io ero consapevole di dover fare una vita disgraziata ma i miei figli non c’entrano. Se tornassi indietro non rifarei mai più questo passo. Piuttosto prenderei una fune e mi impiccherei in cella». 

«La bomba a orologeria»

A Roma, in un angolo di piazza Venezia incontriamo don Marcello Cozzi dell’associazione «Libera contro le mafie». «Lo dissi già due anni fa quando fui audito in Commissione parlamentare antimafia: “Attenzione, corriamo il rischio di avere davanti a noi una specie di bomba a orologeria”» commenta. In vent’anni ha assistito più di cento collaboratori di giustizia. «La centesima pecorella», come li chiama nel suo libro Ho incontrato Caino, è stata Gaspare Spatuzza, l’omicida di Pino Puglisi e responsabile della stagione delle stragi. «Le criticità di questi programmi di protezione sono oggettivamente tante, anche se tutti dobbiamo riconoscere il grande merito che hanno avuto nel far cambiare vita a mafiosi incalliti». Racconta casi estremi. Come quello di una testimone di giustizia che dopo il cambio temporaneo delle generalità non è più riuscita a riavere il proprio nome e cognome perché al Viminale hanno perso la documentazione. Oppure la storia di un pentito che per essere andato al Pronto Soccorso in preda a un forte mal di denti è stato scoperto: la tessera sanitaria di copertura non risultava da nessuna parte. Così come, in presenza di bambini, il collaboratore non ha la possibilità di presentare la storia pediatrica del figlio in quanto viene cancellata con la nuova identità. 

Il procuratore nazionale antimafia

«Seguo il caso paradossale di un altro pentito che chiameremo Mario. Dopo essere uscito dal programma di protezione non può vivere nella stessa provincia della moglie e dei figli. Loro risultano ancora sotto protezione ma questa gli fu accordata proprio in virtù del pentimento dello stesso Mario». È Federico Cafiero De Raho, procuratore nazionale antimafia a confermare l’inadeguatezza del programma di protezione anche sulla scorta delle «doglianze che arrivano da tutte le procure distrettuali». Ed ecco l’elenco degli aspetti da rivedere secondo il procuratore: «La prima difficoltà riguarda le generalità di copertura: devono essere mantenute o nel corso del tempo si dovranno modificare? Il collaboratore prima o poi le perderà o tornerà alle generalità originarie? Quindi sarà costretto a manifestare chi è realmente? Con quali rischi?». 
L’altro problema riguarda gli uffici che se ne devono occupare. «Deve essere un terzo estraneo? In questo caso siamo sicuri che riesca a garantire la segretezza?». Allo stesso tempo, secondo De Raho, ci deve essere un ampliamento della sfera territoriale dove andare a pescare le abitazioni di copertura, anche in considerazione del numero elevato di collaboratori e parenti (quasi seimila), il più alto di sempre che rende complicata l’applicazione della legge sui pentiti: «A volte vengono scelti comuni il cui numero di abitanti è talmente basso che è implicita l’esposizione del collaboratore e della sua famiglia. Oppure non si tiene nella dovuta considerazione la presenza in quel posto di altri affiliati ai clan o addirittura di rivali». Suggerisce un ripensamento delle misure di protezione anche a seguito di quanto accaduto a Marcello Bruzzese: «È stato ucciso la notte di Natale, è un modo tipico di operare della ‘ndrangheta che ha voluto punire non solo Bruzzese ma mandare un messaggio a tutti i collaboratori di giustizia».

Fonte Corriere.it

di Antonio Crispino

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