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Archivio per categoria Giustizia e Verità

Omicidio Orazio Pino:I pentiti e i loro familiari perdono fiducia nello Stato

L’assassinio dell’ennesimo “pentito” Orazio Pino,ex killer di Cosa Nostra catanese,ha creato uno strappo di “fiducia” tra lo Stato,da parte, e i collaboratori di giustizia ed ex,dall’altra. Ma,in passato,anche il ministro dell’interno Salvini ci aveva messo di suo con le seguenti parole:”sono tanti i collaboratori di giustizia e i loro familiari”,ma cosa intendeva dire veramente con tale dichiarazione?

Non c’è voluto molto tempo per far traboccare un bicchiere già stracolmo di sangue;in pochi mesi, tra familiari di collaboratori di giustizia minacciati e assassinati,pentiti costretti a farsi le valigie più volte durante l’anno per essere trasferiti altrove,ed ex collaboratori costretti a fuggire all’estero per evitare di essere uccisi,il bicchiere si è versato!

Quello di Orazio Pino,malgrado non fosse conosciuto nella città in cui viveva come pentito (sic),ma come commerciante onesto,e timbrato per legge  solo nel 2016 da una interdittiva antimafia emessa dalla Prefettura di Genova in quanto “mafioso” –  un marchio indelebile – ,segue la strada di tante morti strane, come quelle che seguono:

  1. 13 aprile 2019,Domenico Cera, il cui cadavere era stata trovato in auto nella campagne di Ripoli di Mosciano (Teramo),causa:stroncato da un infarto;
  2. 26 dicembre 2018,Marcello Bruzzese, fratello di un pentito di ‘ndrangheta, ucciso in pieno centro a Pesaro il giorno di Natale, con decine di colpi di pistola,sotto protezione dal 2008!
  3. Gerardo D’Urzo, 51 anni, di Sant’Onofrio, che avrebbe dovuto testimoniare in video-conferenza da una località protetta nell’ambito di un processo Libra a Vibo, ma i magistrati egli avvocati hanno scoperto dopo 4 mesi che  era deceduto,come mai?
  4. Maria Concetta Cacciola, figlia del boss della ‘ndrangheta Gregorio Bellocco, madre di tre figli,fu trovata morta e successivamente si scoprì che la causa non era suicidio,ma era stata uccisa dai suoi familiari,perchè?
  5. 29 gennaio 1998,Anna Sodano,camorrista,voleva diventare collaboratore di giustizia e ne nacque un “cold case“;
  6. 3 dicembre 1994,Mario Scala,camorrista,voleva collaborare con lo Stato,spariti misteriosamente,chi sapeva?
  7. 18 marzo 2000,Gennaro Busiello,come Sodano e Scala,epurati è stato dichiarato,ma come è possibile che camorristi cantino al vento il pentimento?
  8. 18 marzo 2002,Giuseppe Schisa,come Sodano e Scala,epurato!

Potremmo continuare ma preferiamo fermarci,la scia di sangue è lunga quanto gli arresti e le condanne che hanno fatto emettere,per gli ultimi 4 della lista,invece,non scopriremo mai il loro contributo,purtroppo…

Ma l’aria di paura e insicurezza era nata dopo la seguente dichiarazione del ministro dell’interno Matteo Salvini:

All’ora,il ministro Salvini,quasi a giustificare l’accaduto (come si leggerà in alcune testate),sembrò sottolineare la richiesta del protetto, fatta anni prima,di fuoriuscire dal programma di protezione,ma anche l’ipotesi di non poter offrire a tutti sicurezza adeguata vista la mole dei “collaboratori di giustizia” e dei loro familiari.

Sarebbe d’obbligo chiedersi:se fosse vivo Giovanni Falcone,cosa ne penserebbe di tutto ciò?

Naturalmente lasciamo a voi le riflessioni del caso e naturalmente del video con le dichiarazioni del ministro!

Le paure,sempre messe in evidenza da varie testate e mass media che hanno intervistato diversi “collaboratori di giustizia”,e le varie richieste dell’aumento della protezione,sono state prese forse a cuor leggero?

Eppure lo sappiamo in tanti:

La mafia non dimentica!

Questa è una delle tante storie di mafia e ‘ndrangheta per cui collaboratori giornalistici e giornalisti sono tanti massacrati,questa è una delle tante storie di resistenza contro ogni forma di mafia!

Voi,cosa ne pensate?

Il silenzio dei pentiti censurati

Mentre continua incessante la lotta delle forze forze dell’ordine contro le varie “mafie”,nell’oblio i vari “collaboratori di giustizia” e i loro “familiari” vengono abbandonati,anzi,meglio discriminati e costretti a rifugiarsi negli angoli più bui…

Eh già,la storia in Italia non fa da padrona,neanche le stragi,eppure tutto d’un canto operazioni o blitz (fate voi) da anni vengono effettuati senza sparatorie,come mai?

Tutto ciò,lo sappiamo,non farà riflettere chi ha sete di vendetta e odio,chi si nasconde dietro nomi illustri nella storia delle stragi come Giovanni Falcone,Paolo Borsellino e tutti gli uomini delle scorte caduti con loro.

E’ proprio da qui che vorremmo ricordare alcune frasi celebri, dettate non dalla demagogia ma da giusta causa,da chi ha veramente spolverato fascicoli e fascicoli per lasciarci un’eredità..

In molti hanno dimenticato il contributo di Tommaso Buscetta,collaboratore e non pentito,che fruttò quel famoso “Maxi Processo” e che nel corso degli anni fece maturare le coscienze di molti che si pentirono,eh già..meglio dimenticare che i “politici e collusi del sistema” non si sono mai pentiti,meglio dare addosso ai “collaboratori di giustizia” e razziarli come schiavi,e quando non servono più:due calci nel sedere e giù per la strada,ci penseranno altri ad ucciderli..strana questa frase che ricorda “Ponzio Pilato”.

Ma tanto chi se ne frega ”che muoiano gli infami e le loro famiglie” e chiudiamo un altro capitolo della storia italiana,all’orizzonte abbiamo preso di mira gli immigrati ed aperto nuovo capitolo – almeno per il momento – ,e alla fine a chi ci accuserà di razzismo e di violazione dei diritti umani,risponderemo:noi non siamo nazisti!

Naturalmente questa è anche storia italiana,ma silenzio,non possiamo raccontare tutto,neanche che ognuno tira l’acqua al proprio mulino e che “Giovanni Falcone e Paolo Borsellino” furono gli unici a perseguire questa strada,ma non raccontatelo nei “convegni antimafia”,d’altronde gli “infami” sono i “collaboratori di giustizia”.

Maurizio Inturri

Germania.In pericolo ristoratori e i loro familiari a causa di un gruppo che si spaccia per la legalità

Molestie,minacce e istigazione alla violenza tramite facebook;questo è quello che succede, dall’Italia alla Germania, attraverso diversi gruppi facebook moderati senza regole!

 Sempre sopra le “regole” e mai in un clima di tranquillità,italiani stanno mettendo in serio pericolo ,tra minacce e istigazioni a “dare fuoco a ristoranti” o “incontrarsi per aggredire figli di ristoratori”,centinaia di famiglie italiane e ex collaboratori di giustizia tramite facebook,dove ultimamente “i giochi si trasformano in realtà”.

Falsificando post e informazioni,scrivendo pubblicamente che guardia di finanza tedesca (Zollamt),funzionari dell’ispettorato del lavoro (Arbeitsaufsicht) e altri funzionari sono nel loro gruppo,condizionando psicologicamente,in tal modo i malcapitati!

Sta accadendo mentre vi scriviamo,proprio dove i procedimenti:penali e civili, nei tribunali sono velocissimi e le forze dell’ordine hanno più autorità,stiamo parlando della Germania e della nazione della Merkel!

Ristoratori italiani e residenti da anni nel territorio tedesco,con un gruppo il cui nome parla da sè “Personale da evitare in Germania”,e dall’altra il gruppo “Ristoranti da evitare in Germania”, quest’ultimo gestito da una persona residente in Germania e da un siciliano che hanno creato delle regole ad hoc, come scrivono nelle informazioni interne fissate in alto:per commentarebisogna metterci nome e cognome” (come se questo non fosse un requisito di facebook),nome del locale e motivo della denuncia,avvisando i membri che se fanno la segnalazione in quel gruppo potrebbero essere non assunti da ristoratori, ma nel contempo di essere disonesti se non seguono le regole!

Regole gruppo

 

Naturalmente,i malcapitati non sono a conoscenza della trappola messa in atto dal gruppo!!

Ci sembra chiaro che il “gruppo” sia un’offesa alla Polizei e alla Zollamt (unici organi preposti) oltre che all’intelligenza umana,si può scambiare un post in denuncia a mezzo social?

Ma andiamo avanti..

Ristoranti da evitare germania

Se da una parte può essere accettabile tale tipo di regolamento,non capiamo a cosa serve creare e mantenere un gruppo chiuso che dal nome stesso,dovrebbe segnalare i ristoranti da evitare e le motivazioni.

Tutto questo ci fa supporre ben’altro ed è per questo che abbiamo condotto la nostra inchiesta…

Premesso quanto abbiamo scritto sopra,quello che abbiamo scoperto è incredibile..

infatti,il gruppo ha creato una black list di ristoratori (007 fai da te) con tanto di post che descrivono anche ipotesi di battibecchi durante le ore di lavoro,durante le pause e senza escludere qualche intimità tra innamorati,come ad esempio: “..chiedete allo chef come se la sbatte sul bancone della pizzeria“,oppure a qualche ristoratore garbato che si è rivolto agli amministratori per moderare il gruppo,in quanto alcuni post sono usciti tramite screen dal gruppo in questione,hanno risposto:”Lo sai perché i tuoi dipendenti non ti denunciano per sfruttamento? Perchè a fine mese ti usano per svuotare i testicoli“.

Sarebbe questo il gruppo “Ristoranti da evitare in Germania”? che se poi qualche ristoratore si arrabbia e gli scrive,loro sono pronti a istigare con un post come quello che segue..

Sicuramente tutto il mondo e paese,ma l’istigazione alla violenza e la denigrazione quella non va supportata da nessuno.

Se magari avessero creato un gruppo di denuncia contro le mafie e le criminalità organizzate,questioni che in termini di legge non sono previste dalle norme tedesche,oggi saremmo qui ad applaudirli e supportarli,ma questo gruppo non segnala locali,fa tutt’altro e lo fa a discapito di tanta gente onesta.

Le regole interne di questo gruppo,le istigazioni e le minacce,ci fanno pensare a quelle del famigerato “Blue whale”!!

Dalla lettura di questo articolo,è facile capire come non basta espatriare e a fatica rifarsi una vita in Germania,magari aprendo un ristorante,un bar o una gelateria;non basta che si prestino a far arrivare annunci di ricerca di personale ai disoccupati italiani,ma devono anche sentirsi minacciati e con la paura che qualcuno li aggredisca a causa di questi amministratori che istigano numerosi membri, di cui i gruppi social contano quasi 9.000 membri,seminando fake news e diffamazioni, creando ad hoc post falsi e pubblicando notizie che neanche un giornalista farebbe.

Non ci sembra lontana la verosomiglianza al Blue whale se qualcuno,fra l’altro,ha alzato il tiro pensando di creare un database dei dati personali e numeri di telefono privati dei ristoratori per molestarli,nonché denunciare ex collaboratori di giustizia a gruppi di calabresi,siciliani ecc..

Ispirandosi alla dottrina del Marxismo,questi amministratori,hanno immaginato che i ristoratori italiani,fossero tutti con ideologie riconducibili ad un sistema capitalistico,e quindi sfruttano i lavoratori pagandoli poco,dimenticando che le leggi in vigore nel paese tedesco sono ferree,e di questo anche gli scettici se ne sono accorti..

Tutto questo è made in Italy!

A cosa vanno incontro questi gruppi e in particolare quei gruppi che diffamano sui social?

Sicuramente il reato di diffamazione è la risposta più adeguata in base alle testimonianze e prove da noi raccolte,e a tal proposito riportiamo quanto segue:

il reato di diffamazione si verifica anche pubblicando su Facebook, o su altri social network, contenuti denigratori e lesivi della reputazione di una persona. L’interpretazione è relativa all’articolo 595 del codice penale che si è adeguato ai tempi e alle dinamiche del web. (continua a leggere..)

In Germania la punizione si configura in modo più grave,quindi meglio stare attenti e tenersi sempre aggiornati (meglio lontani dai social),magari eviterete brutte sorprese…i riferimenti sulle disposizioni tedesche sono contenute nella hate speech (qui per leggere)

Sperando che le forze dell’ordine italiane e tedesche prendano sin da subito provvedimenti in merito,rimaniamo a disposizione delle autorità!

Il silenzio degli innocenti

Anni di lotte e battaglie,alcune,forse tante perse,e altrettante vinte,per aver riconosciuto il diritto della dignità umana,che spesso o forse sempre sfugge dagli obiettivi principali di chi ci governa.

Esistono “muri” che non si possono abbattere,anche se la nostra Carta Costituzionale non cita nessuna “censura” o meglio non menziona alcun “diritto di Stato” alla censura dell’informazione,eppure è così..

Durante i miei anni,anche se pochi,in cui mi occupo di inchiesta,di mafie,politica,massoneria e chi più ne ha più ne aggiunga,si sono riempite colonne di giornali fino a farne fiction e salotti in alcune trasmissioni,ma la verità su alcune forme di “giustizia gratuita” è mai uscita?

La risposta è no!

Nessuno può osare abbattere quel “muro di gomma”,eppure persone che contribuiscono con i loro racconti e testimonianze ad aiutare gli inquirenti nel corso degli indagini ne esistono tanti..

Esistono storie che soltanto chi lavora nell’ambito giornalistico può conoscere,ed io vorrei raccontarne una in particolare che riguarda una delle tante famiglie camorriste che ha deciso di uscire di quel giro sporco,fatto di omicidi,spaccio di sostanze stupefacenti,estorsioni e guerriglie..

La storia che sto per raccontare è vera ed inizia qualche anno fa,quando vengo contattato dal fratello di un collaboratore di giustizia,camorrista per famiglia e generazioni,che mi racconta la sua storia.

Non ha paura di nascondere il suo nome,scrive orgogliosamente di essere contro quel marciume di “camorra”,ma lo Stato gli ha revocato il programma di protezione e che vive insieme alla moglie e un bambino di 6 anni;mi racconta che per i pubblici misteri la collaborazione del fratello è un fatto storico e senza precedenti e che le informazioni fornite dal fratello faranno fare agli inquirenti diverse retate e infliggere centinaia d’anni di carcere a:killer,capi clan e delinquenti vari,insomma,i più sanguinari “camorristi” di Napoli finiscono all’ergastolo..

Ad un tratto,però,gli viene revocato il programma di protezione,fanno ricorso al Tar che ne decide la revoca,quindi impaurito cercano rifugio,sanno che qualcuno li cercherà,perché a “Napoli camorra” certe cose non si fanno.

Non ci stese molto a trovarli la camorra,furono minacce,violenze psicologiche,intimidazioni anche notturne perché sotto la loro abitazione sparavano colpi di pistola e gridavano “Siete una famiglia di pentiti, vi ammazzeremo tutti”,ed ancora mentre si trovano in strada mentre si dirigono o ritornano verso la scuola del figlio,a mezza bocca qualche passante camorrista gli sussurra: “Andate via, altrimenti vi ammazziamo”.

Nel frattempo sono passati due anni da quando gli hanno revocato il programma e solo dopo queste ultime intimidazioni,la procura pensa di riassegnarli ad un programma di protezione.

Nessuno osa chiedere,nessuno osa fare ipotesi,ma noi ci chiediamo:Fiammetta Borsellino che ha incontrato di persona “boss di Cosa Nostra” e che ha partecipato all’incontro voluto dal presidente della commissione antimafia ARS,Claudio Fava,ha ribadito quanto segue:

Nel corso del suo intervento Fiammetta Borsellino è tornata a chiedere risposte alle domande esposte in questi mesi: “Il 19 luglio mi era stato assicurato dal Ministro della Giustizia Bonafede che si sarebbe fatto promotore dell’apertura degli archivi del Sisde”. Fonte Antimafiaduemila

Stessa cosa,la dichiarano nel 25° anniversario della strage di via d’Amelio, Nunzia e Stefano Mormile,fratelli di Umberto, l’educatore penitenziario assassinato l’11 aprile 1990 mentre andava al carcere milanese di Opera, dove era stato trasferito.

“Nostro fratello Umberto è stata una vittima certificata del cosiddetto protocollo Farfalla, cioè quell’accordo segreto tra il Dap e i servizi per gestire le informazioni dei penitenziari di massima sicurezza. Umberto è stato testimone di ingressi, al carcere di Parma, di apparati dello Stato e di colloqui abusivi, illeciti e non registrati intercorsi tra i servizi segreti e boss della ‘Ndrangheta come Domenico e Antonio Papalia. In molte circostanze i boss ottenevano anche dei benefici non giustificati come permessi premio. Umberto aveva assistito a queste cose minacciando di raccontarli, questo lo ha esposto e per questo è stato ucciso, nell’aprile 1990. Con il suo delitto, per la prima volta, è comparsa la sigla della Falange Armata rivendicata attraverso una telefonata alla redazione ANSA di Bologna”.

Maurizio Inturri

Collaboratori di giustizia, il rischio è che non collaborino più

Dopo l’omicidio di Marcello Bruzzese a Pesaro, molti sono i collaboratori di giustizia che stanno valutando di interrompere la loro collaborazione con lo Stato, perché si sentono traditi.

La Magistratura potrebbe perdere, da qui a breve, il fondamentale apporto di alcuni collaboratori di giustizia che hanno messo in piedi, e sostenuto in aula, molti dei principali processi alla criminalità organizzata. Il rischio che qualche pentito potesse decidere di interrompere la propria collaborazione era nell’aria già da un po’ di tempo: almeno da quando, a fine dicembre scorso, i legali dei collaboratori di giustizia coinvolti nel processo Aemilia avevano protestato affinché si sbloccassero i rilasci delle identità che ne avrebbero coperto la segretezza.

I pentiti del processo Aemilia

Le dichiarazioni nelle aule del Tribunale di Bologna del boss Nicolino Grande Aracri, che avrebbe accusato i collaboratori di giustizia di essere bugiardi, ha lasciato dell’inquietudine in coloro che avrebbero dovuto testimoniare al processo Aemilia.

Circostanze chiare sono emerse durante l’udienza del 28 dicembre scorso, durante la quale, presumibilmente per paura, molti collaboratori di giustizia hanno tentato di non ripetere quanto avevano precedentemente raccontato negli interrogatori. Tanto è vero che gli avvocati degli imputati hanno cercato di smontare l’attendibilità delle loro rivelazioni.

Le paure dei pentiti del processo Aemilia

Lomicidio a Pesaro di Marcello Bruzzesefratello di un collaboratore di giustiziaha poi contribuito a far aumentare le loro paure.

L’avvocato Luigi Li Gotti, che in passato seguì pure i pentiti Tommaso Buscetta, Giovanni Brusca e Francesco Marino Mannoia, e che ora assiste il collaboratore di giustizia Giglio, ha recentemente dichiarato: «Bisogna sbloccare il rilascio dell’identità di copertura, al momento chiesta da alcuni e non ottenuta neppure in via provvisoria. Ma dev’essere la politica, non il Servizio centrale operativo, a intervenire. Attraverso un altro nome, anche dopo un piccolo incidente stradale, ci si rifà al certificato penale che riporta i precedenti. Così tutte le parti vengono a sapere di chi si tratta. Serve una modifica».

L’avvocato Adriana Fiormonti, che segue il pentito Muto, non vuole invece parlare di paura: «Muto ha fatto una scelta. Lo ha ripetuto anche a Brescia. La sua decisione rimane confermata». Anche se non si esime dal dire: «Dopo aver fatto una scelta di vita, sentirsi esposti ha un effetto deflagrante».

Il caso di Massimo Stupore

È del 14 gennaio scorso la lettera-denuncia alla testata Diario1984 del collaboratore di giustizia Massimo Stupore, estromesso dal programma di protezione, in cui denuncia senza mezzi di termini che lo Stato lo ha condannato a morte.

Nella lettera-denuncia dell’ex collaboratore di giustizia Massimo Stupore, ex affiliato al gruppo Bottaro-Attanasio, si legge: “Volevo informare tramite il vostro giornale sia i magistrati che le forze dell’ordine che a giorni farò ritorno a Siracusa perché non ho altri posti dove andare. Sono consapevole dei rischi cui vado incontro perchè so che alcune persone, che conosco, che sanno impugnare una pistola, sono in grado di uccidere una persona”.

Gli altri collaboratori di giustizia

Massimo Stupore non è l’unico collaboratore di giustizia a cui lo Stato ha revocato il programma, infatti un’altra ex collaboratrice, che per segretezza chiameremo Maria, non è stata riammessa al programma, ma lo Stato vuole obbligarla a testimoniare in un processo per ‘ndrangheta.

Inoltre, anche Luigi, un altro collaboratore di giustizia della ‘ndrangheta, un personaggio di spicco che ha collaborato e tuttora collabora con molte Procure italiane, sta valutando di interrompere la sua collaborazione con la giustizia. Una giustizia che ne risentirebbe non poco se tutti costoro interrompessero il loro percorso di collaborazione.

di Maurizio Inturri

Fonte Cisiamo.info

Le falle del Servizio di Protezione

Il giorno dopo l’omicidio di Marcello Bruzzese – fratello di Girolamo, pentito di ‘ndrangheta – il ministro Matteo Salvini dichiarò: «…questo signore da oltre due anni e mezzo aveva chiesto di uscire dal sistema di protezione». In realtà, se un collaboratore di giustizia chiede di uscire dal programma di protezione molto spesso è perché questo risulta inadeguato alla protezione stessa. Un collaboratore di giustizia riceve uno stipendio mensile di circa 900 euro oltre alla possibilità di capitalizzare il suo impegno con la giustizia; è una specie di trattamento di fine rapporto come incentivo per ricominciare una nuova vita. Può essere capitalizzato a due anni, cioè senza la necessità di presentare alcuna documentazione (in questo caso percepisce il contributo mensile di mantenimento per 24 mesi più un importo forfettario di diecimila euro) oppure nella misura massima se c’è un progetto di reinserimento sociale (vale a dire il contributo mensile moltiplicato 60 più diecimila euro). Sotto protezione possono finire anche i familiari (ci sono 4915 congiunti a fronte di 1277 collaboratori) e in tal caso vengono aggiunti circa duecento euro per ogni familiare. Difficile immaginare perché mai un pentito dovrebbe rinunciare a tutto questo. Se non perché le falle in questo sistema sono molteplici. Cominciamo proprio dal caso Bruzzese.

Marcello Bruzzese viene assassinato il pomeriggio di Natale sotto casa sua in via Bovio 28 a Pesaro. Sul citofono c’era il nome del collaboratore, certo, ma non è quello l’unico errore. L’appartamento di via Bovio, 28 viene utilizzato dal Nucleo Operativo di Protezione come rifugio per collaboratori di giustizia da almeno vent’anni, sempre lo stesso. Si trova in una stradina secondaria, poco trafficata, dove il via vai di poliziotti dà parecchio nell’occhio. Infatti, ci dicono che in paese erano in molti a sapere della presenza di un pentito. E non da oggi e non solo in via Bovio. Di fronte al civico 28, poco più avanti, c’è un’osteria, «Da Sante». Ha una convenzione con le forze dell’ordine, per cui a pranzo e cena ha sempre qualche divisa come cliente. Non è un caso che i killer di Bruzzese abbiano aspettato la chiusura del suo ristorante per agire.

Un dettaglio spiega bene quanto fosse poco sicuro quell’appartamento. Nel ristorante «Da Sante» in passato hanno lavorato come camerieri un collaboratore di giustizia e il figlio di un collaboratore di giustizia. Ad entrambi era stato assegnato lo stesso appartamento di Bruzzese. Di uno ci dà conferma lo stesso proprietario del locale: «Sì, è vero. Ho saputo dopo che era il figlio di un collaboratore, quando andò via». Dell’altro abbiamo notizia direttamente dalla moglie del collaboratore che, per questioni di sicurezza, chiameremo Anita. La rintracciamo in Germania. Nel 1999 ha abitato nella stessa casa successivamente assegnata a Bruzzese. «Mio marito – oggi ex marito – chiese a Sante un lavoro. Ci ha lavorato per poco, poi siamo stati trasferiti. Gli alloggi per i pentiti sono sempre gli stessi. Ad Aosta ci diedero una casa in piazza Chanoux. Prima di noi c’era stato un collaboratore che durante il periodo di copertura aveva messo su un traffico di stupefacenti. Ricordo che alla nostra porta bussavano i narcos, che evidentemente non aveva pagato, chiedendoci di saldare il conto». Teoricamente, Anita e il marito erano sotto protezione.

Ancora più assurdo quello che capita a Maria, pentita di ‘ndrangheta. Da Rossano la trasferiscono in Toscana, a Lucca, con i suoi cinque figli, lontana dal clan che ha denunciato. Peccato che il proprietario dell’appartamento (che abitava al piano superiore) fosse del suo stesso paese, nipote di avvocati che – denuncia Maria ai magistrati – erano a libro paga della ‘ndrangheta. Nonostante tutto, il trasloco non avvenne subito. Il Servizio Centrale le fece sapere che da Roma non arrivavano i finanziamenti per pagare altri hotel. «Se vai nella provincia di Campobasso trovi mezza Crotone» ci dice un altro collaboratore calabrese. «I miei vicini di casa erano Lea Garofalo (testimone di giustizia, ndr), Felice Ferrazzo (capo della ‘ndrina Ferrazzo, ndr), altri con cui ero stato in carcere e, addirittura, rivali della mia famiglia. Per non considerare che quando sono stato trasferito a Termoli mi sono trovato i messaggeri della mia famiglia sotto casa: volevano che non facessi alcuni nomi».
In realtà molti comuni non vogliono collaboratori sul loro territorio perché li considerano forieri di problemi e avanguardia dei clan di appartenenza. Al punto che la Commissione centrale per la protezione si è rivolta alle prefetture sollecitandole a «…meglio sensibilizzare i comuni nella ricerca e nell’offerta di posti disponibili da destinare alle categorie protette», come si legge nella relazione al Parlamento sulle speciali misure di protezione del 2017.

Durante la collaborazione di Anita, lo stipendio le viene consegnato a mano. «Ogni mese vedevi questi agenti con la valigetta e la pistola nella fondina che entravano in casa. Davano nell’occhio e tutto il quartiere se ne accorgeva» ricorda Anita. Oggi lo stipendio del collaboratore viene accreditato su carte prepagate. L’anno scorso sono stati scoperti tre agenti del Viminale che dal 2009 al 2015 hanno sottratto somme (per oltre 500 mila euro) dalle carte dei collaboratori. «Sono carte utilizzabili solo per ritirare denaro al bancomat. Con i documenti di copertura che ti forniscono non puoi intestarti nemmeno una sim card per il telefono, figuriamoci un conto corrente» dice Luigi Bonanno, nome di copertura utilizzato quando era collaboratore di giustizia. Abita a pochi chilometri da Pesaro. Oggi è fuoriuscito dal programma ma ha ancora moglie e figli sotto protezione.

L’altro grande baco, infatti, riguarda i documenti. La sezione Documentazione e Cambio generalità del Servizio centrale di protezione può creare documenti di identità, patenti di guida, tessere sanitarie e codici fiscali. Sono tutti documenti che – eccetto il caso in cui si effettui un cambio di generalità, e questo avviene solo in pochi casi – non hanno corrispondenza anagrafica. «Significa che se qualcuno ti controlla non troverà niente di aderente alla tua attuale situazione – spiega Bonanno -. Quando sono andato a iscrivere mio figlio alla scuola calcio mi hanno chiesto il certificato di nascita. Ma al Comune dove risiedevo sotto copertura non risultavo né sposato né con figli. E’ chiaro che poi gli impiegati comunali fanno una ricerca e scoprono chi sei realmente».
Oggi si fa recapitare quello di cui ha bisogno presso la parrocchia di un sacerdote. Se deve ordinare qualcosa lo fa tramite lui. «Ho capito che la migliore protezione è quella che ti fai da solo. Provo a ragionare con la loro testa e cerco di prevenirli», rivela.

Maria ha una figlia disabile e percepisce una pensione di invalidità. Nel momento in cui inizia a collaborare con i giudici viene trasferita da Rossano a Pistoia. «Hanno solo chiesto all’Inps di accreditarmi la pensione a Pistoia ma nell’ufficio di Rossano sapevano dove la ritiravo». E infatti succede che poco dopo si ritrova il marito (che aveva denunciato in quanto boss del clan Acri – Morfù) sotto casa che cerca di convincerla a ritrattare. Maria è la principale testimone di operazioni importanti come Stige e Stop, quelle che hanno svelato i traffici dalla Calabria alla Germania e che hanno coinvolto politici e imprenditori (consentendo lo scioglimento di due comuni). Oggi dice: «Ai processi non andrò più a testimoniare». Chi sia realmente Maria e perché è arrivata a questa conclusione lo vedremo nella seconda parte.

Fonte Corriere

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