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Archivio per categoria Storie di collaboratori di giustizia

La forza delle “donne” nella svolta dei Collaboratori di Giustizia

Spesso e volentieri viene sottovalutata l’importanza e l’apporto che le consorti (mogli,fidanzate,conviventi) dei Collaboratori di Giustizia,possono dare nel favorire la svolta decisa nel cambiamento del proprio partner.

Ma,come sempre,è proprio in quel rapporto complicato e intrigante dove si risolvono quei problemi che vengono definiti “compliance“,cioè,dove si superano quelle barriere che altri o noi stessi non siamo riusciti a superare.

Sono tante le donne che raccontano il percorso che hanno affrontato per cambiare le vite alle loro famiglie, abbandonando criminali incalliti o,come in altri casi,aiutando i loro uomini a diventare “collaboratori di giustizia”.

Una di queste donne,in una nota intervista,ha raccontato:

Può essere affascinante avere il potere, non avere problemi economici e abitare belle case, ma non e’ questa la vita. La vita e’ vivere con dignità,con rispetto verso gli altri. Non siamo noi e non deve essere la ‘ndrangheta a decidere se qualcuno deve vivere o morire, o se devi lavorare dalla mattina alla sera per pagare il pizzo.

Per i quanti si domandano il motivo che li porta ad abbandonare la vita malavitosa,al primo posto c’è una scelta legata ai propri figli,una presa di coscienza maturata da ciò che hanno dovuto vivere nel corso degli anni oltre i beni materiali…

Continuando nell’intervista,sempre una di queste donne,ha dichiarato:

Abbiamo capito che non era quella la vita che volevamo e il futuro che volevamo offrire ai nostri figli.Abbiamo deciso di dare la libertà ai nostri figli di decidere chi essere e cosa volere fare della loro vita,non vivere una vita già strutturata.

In Calabria,soprattutto,racconta:

e’ normale stare in mezzo alle faide, parlare di omicidi e vendette

Al giornalista che chiede perchè altri non si uniscono a questo percorso,risponde:

le famiglie delle ‘ndrine si rendono conto che quella non e’ la loro vita e vorrebbero andare via, ma non glielo permettono,e sono costretti a osservare le regole che gli vengono imposte,altrimenti vengono ammazzati

Cosa consigliate a queste persone,chiede il giornalista nel corso delle intervista:

Sappiamo che non e’ facile,ma bisogna essere forti perchè ne vale la pena,i procuratori e le forze dell’ordine interverranno immediatamente perchè conoscono la situazione della Calabria

Oggi in Calabria si contano 200 Collaboratori di Giustizia con a seguito le loro famiglie;un eccellenza,non da poco,tra i collaboratori,un ‘baby pentito della ‘ndrangheta, che iniziò a collaborare da bambino – appena 12enne – dichiarando che andava in giro con il padre ndranghetista assistendo ad omicidi o traffici di droga.

Oggi quindicenne vive lontano dalla Calabria, in un luogo segreto e protetto, insieme a sua madre e ai due fratelli più piccoli di lui.

Maurizio Inturri

L’appello dell’ex boss:dignità e sicurezza per i collaboratori

A lanciare l’appello,su La Voce dei Cittadini, è l’ex boss della ‘ndrina Vrenna – Bonaventura,è Luigi Bonaventura,che chiede più dignità e riconoscimento per i figli dei collaboratori di giustizia.

Come potrete leggere nell’articolo che precede questa premessa,Luigi Bonaventura continua ancora oggi a collaborare con le autorità,vive da invisibile, e non ha paura a dichiarare che la sua esclusione dal programma di protezione è avvenuta a seguito di una intervista rilasciata,secondo il servizio centrale di protezione,senza autorizzazione.

“I nostri figli hanno diritto alla libertà

e non alla emarginazione

che stanno e stiamo vivendo…”

Buona lettura

Luigi Bonaventura

Quanti sono i pentiti a rischio?

Erano le 07.15 del 28 dicembre 2018,quando l’Adnkronos,pubblicava un articolo per metter in guardia lo STATO che molti pentiti erano a rischio!

Il 26 dicembre,infatti,a Pesaro,veniva freddato Marcello Bruzzese,fratello di un pentito di ‘ndrangheta,e non a caso nel giorno di Natale.

Aveva 51 anni ed è stato crivellato di colpi da due killer mentre stava parcheggiando la sua auto nel centro della cittadina.

Da quanto si è saputo successivamente,grazie alla testimonianza di una congiunta di un collaboratore di giustizia,che ha vissuto proprio in quell’appartamento in cui viveva Marcello,lo stabile ospiterebbe persone sottoposte a programma di protezione:collaboratori o testimoni di giustizia e loro congiunti.

La donna, che ora vive fuori dall’Italia e preferisce mantenere l’anonimato, raccontò al sito ‘CiSiamo.info’ la propria testimonianza,che qui riportiamo.

“Sono sconvolta. Questa tragedia – dice – si poteva evitare”. E ciò “perché in quell’alloggio, al numero 28 di via Bovio a Pesaro, avevo già vissuto io sotto protezione nel 1999 e, prima di me, già ci avevano vissuto altre persone sottoposte al programma di protezione”. Già nell’aprile del 1999, racconta, “tutti sapevano che quell’appartamento era stato preso in affitto dal Ministero dell’Interno. Tanto che io raccontavo a tutti di essere la figlia di un magistrato, in modo da dissimulare i sospetti”. “In realtà – continua – io in quell’appartamento mi ero trovata molto bene e, autorizzata dal Servizio Centrale di Protezione, avevo anche trovato lavoro il venerdì e il sabato sera in una pizzeria lì vicino”. La donna comunque fu poi trasferita in un altro alloggio: “Mi dissero che Pesaro non era una città sicura, in quanto c’era il Centro di Addestramento Reclute (Car) dell’Esercito e quindi andavano e venivano ragazzi di qualsiasi provenienza, anche del Sud Italia, e io potevo essere riconosciuta”.

Diceva Matteo Salvini,ai cronisti,a proposito dell’episodio:

Se qualche mafioso rialza la testa, giù mazzate, perché mafia, ‘ndrangheta, camorra sono merda e finché sarò ministro dell’Interno e mi occuperò di pubblica sicurezza li inseguirò via per via, quartiere per quartiere, palazzo per palazzo, ma non a chiacchiere, ma arrestando e sequestrando”.

Continuando il Vice Premier,dichiarava:

“Arrestando e sequestrando non io direttamente ma mettendo le forze dell’ordine, dotandole di più soldi, uomini e mezzi, in condizione di arrestare, sequestrare, confiscare e combattere la mafia da Nord a Sud.E’ mio dovere, ma è anche mio piacere farlo, presiederò il comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza, perché se c’è puzza di mafia, di ‘ndrangheta, di camorra, se c’è qualcuno che muore per colpi di pistola in pieno centro in una città tranquilla come Pesaro, è mio dovere esserci, analizzare la situazione a Pesaro e nelle Marche”.

Adnkronos,scriveva quanto segue:

La strage dei familiari dei collaboratori di giustizia non si è mai conclusa. L’elenco di madri, fratelli, figli, cugini ed amici dei collaboratori di giustizia uccisi è lunghissimo e continua ad allungarsi. L’ultimo dell’elenco è Marcello Bruzzese, fratello di un pentito di Ndrangheta ucciso nei giorni scorsi a Pesaro. Ma prima di lui altre centinaia sono stati uccisi platealmente oppure con suicidi camuffati. Il collaboratore che ha pagato il più alto prezzo è stato l’ex boss dei due mondi, Tommaso Buscetta che con le sue rivelazioni diede un colpo mortale a Cosa Nostra. Gli uccisero figli, fratelli, cognati, amici ma le sue rivelazioni consentirono di avviare il primo Maxiprocesso nei confronti di centinaia di mafiosi. E adesso, ad oltre 30 anni da quel Maxi processo quel piccolo drappello di pentiti, collaboratori e testimoni di giustizia sono diventati oltre 6 mila, un popolo che vive nel terrore e nella paura pensando ogni giorno che prima o poi loro stessi o loro familiari possono essere uccisi. E tra loro ci sono anche donne, che hanno deciso di dire basta, e persino un bambino di appena 12 anni.

Questo piccolo popolo di pentiti e testimoni di giustizia è sparso in tutto il territorio nazionale, dal nord al sud, molti hanno un’altra identità, si sono rifatti una nuova vita e vivono con i loro familiari. Molti altri sono usciti dal programma di protezione ottenendo una sorta di “liquidazione” dallo Stato, ma la maggioranza sono ancora sotto la protezione dello Stato che con centinaia di poliziotti del Servizio Centrale di Protezione cerca di proteggerli dandogli assistenza, procurandogli nuove identità, nuove abitazioni adoperandosi anche per trovargli un lavoro. Fonte Adnkronos

I pentiti di Cosa Nostra sono circa 300,seguono i collaboratori di giustizia della Camorra con oltre 600 pentiti,infine 130 circa quelli della ndrangheta e alla fine con poco meno quelli della Sacra Corona unita che supera il centinaio.

Alcuni fonti giornalistiche hanno dichiarato quanto segue:

In genere un “collaboratore di giustizia” ha uno stipendio di 1000-1.500 euro al mese, più altri 500 per ogni familiare a carico. A spese dello Stato ci sono anche gli affitti delle loro abitazioni, spese mediche ed altri benefit.

Noi del COMITATO CDG smentiamo tali su citate dichiarazioni!

Siamo a conoscenza di ex collaboratori di giustizia che attendono tutta o in parte la loro liquidazione come prevista dalla legge;molti degli ex collaboratori ancora sono chiamati a testimoniare e ad essere interrogati per supportare indagini,pagando di tasca proprio:spese legali,viaggi,vitto e alloggio,senza scorta ecc ecc;inoltre molti sono stati costretti ad abbandonare il “programma di collaboratore” perchè lo Stato non gli forniva l’assistenza per i figli disabili e i pochi soldi,che su vengono chiamati “stipendio”,non gli permettevano di curare i loro figli!

Seguite il nostro sito per scoprire la verità!

Oseghale e Pamela

Caso Pamela.Collaboratore di giustizia minacciato!

Un collaboratore di giustizia senza protezione ha la mafia alle costole,ma viene a conoscenza della neonata mafia nigeriana che avrebbe ucciso la giovane Pamela e decide di collaborare anche su questo caso.

Adesso ha due mafie che lo vogliono morto, ma non è tutto.

“Oseghale disse a mio marito che se lo avesse aiutato gli avrebbe fatto arrivare 100mila euro da Castel Volturno. Oseghale gli propose di fare da testimone in sua difesa. Avrebbe dovuto testimoniare che Pamela era morta di overdose”.

Leggete questo articolo, vedrete che tutto è nascosto!

Noi siamo per la legalità!

 

Collaboratore di Giustizia in pericolo.Dubbi sul servizio di protezione.

Pentito di mafia individuato in località protetta: “Il mio vicino di casa è del mio stesso paese”

Il collaboratore di giustizia Benito Morsicato ha rivelato a Fabrizio Capecelatro,direttore responsabile del giornale on line CiSiamo.info,di essere stato individuato nella località protetta in cui vive da poco più di mese, in quanto il Ministero dell’Interno ha affittato per lui una casa accanto a una persona del suo stesso paese di provenienza.

Ecco il suo racconto – intervista al direttore di Cisiamo.info:

“Ho paura perfino a stare in casa”. Esordisce così, al telefono, Benito Morsicato, ex affiliato del clan mafioso di Bagheria e oggi collaboratore di giustizia“Ero nel cortile condominiale della palazzina in cui vivo, quando mi sono sentito chiamare per nome: per istinto mi sono girato e ho visto un uomo che non riconoscevo. Lui però sì, lui riconosceva me…”

È sconvolto e arrabbiato allo stesso tempo Benito Morsicato e, proprio per questa rabbia, ha deciso di contattarmi per dirmi che non ce la fa più. Ha già lasciato in passato il Programma di protezione, ma poi ha sempre creduto alla promessa che potesse andare meglio, per se stesso, per sua moglie e per le sue due figlie, di 10 e 16 anni.

«Ho fatto bene – mi dice al telefono – quando, lo scorso 16 maggio, ho abbandonato il Programma di protezione e sono tornato a Palermo: lì, paradossalmente, mi sentivo più sicuro. Almeno i Carabinieri del posto mi conoscevano e cercavano di proteggermi come potevano».

A 20 chilometri da Bagheria, però, Morsicato è esposto a rischi che lo Stato non può far finta di non vedere. E così, proprio su suggerimento di quei Carabinieri che avevano tentato di proteggerlo, rientra nel programma di protezione e si trasferisce in una località protetta.

«A settembre 2018, il primo giorno di scuola, mia figlia torna a casa ancor prima che finisse l’orario scolastico: “Papà – mi dice – in classe con me c’è la nipote di Nicola Testa”»Nicola Testa, per chi non lo sapesse, è un boss mafioso proveniente proprio da Bagheria«Attualmente – spiega Morsicato – è detenuto anche grazie alle mie dichiarazioni».

«Inoltre – aggiunge il collaboratore di giustizia al telefono – frequentando il bar sotto la casa in cui il Ministero dell’Interno faceva alloggiare me e le mia famiglia, scopro che tutti sapevano che in quell’appartamento vivevano pentiti di mafia o loro parenti».

Come prevede il regolamento, Benito Morsicato comunica tempestivamente il tutto ai suoi referenti delle Forze dell’Ordine. Loro fanno le indagini e, alla fine, richiedono l’immediato trasferimento.

«Il 22 novembre sempre del 2018, dopo neanche un mese e mezzo dal mio rientro nel programma di protezione, ci trasferiscono quindi in una nuova località. Subito mi accorgo che la caldaia dell’appartamento in cui avremmo dovuto vivere non era sicura, in quanto vi erano evidenti perdite di gas. L’ho fatto presente agli agenti del Nucleo Operativo di Protezione (Nop), che più che promettere l’intervento di qualche tecnico non hanno fatto».

«Un giorno, nell’accendere la caldaia manualmente, c’è stato un ritorno di fiamma e quindi, preoccupato per l’incolumità mia e della mia famiglia, ho chiamato direttamente il Servizio Centrale di Protezione a Roma e da lì mi hanno autorizzato a contattare tempestivamente i Vigili del Fuoco. I miei sospetti non erano infondati: sono stati messi i sigilli all’intero impianto di riscaldamento della casa, perché non era a norma».

«A quel punto – continua Morsicato – i Nop, sollecitati dal Servizio Centrale di Protezione, mi chiedono di preparare subito le valigie e mi trasferiscono in una nuova località, la terza in 4 mesi». Lì inizialmente sembra, finalmente, andare tutto bene: «Ho solo dovuto sollecitare più volte l’iscrizione delle mie figlie a scuola, che in 4 mesi hanno frequentato pochissimi giorni visti i continui trasferimenti».

Benito Morsicato

Ora però Benito Morsicato ha scoperto che anche questa località, un piccolo paesino del Nord Italia, non è sicura per lui e per la sua famiglia«Una ventina di giorni fa, un signore che abita nel mio stesso palazzo, composto da soli 4 appartamenti, di cui peraltro uno è vuoto, suona il mio campanello. Per scrupolo e per diffidenza, faccio rispondere alla mia figlia più grande: era semplicemente un vicino di casa che, come gentilezza, voleva presentarsi ai nuovi condomini».

«In quell’occasione – chiarisce Morsicato – ho evitato di farmi trovare, facendo dire a mia figlia che noi genitori eravamo fuori casa. Noi collaboratori di giustizia meno legami stringiamo e meglio è».

«Ieri, però, ero nel cortile condominiale della palazzina in cui vivo, quando mi sono sentito chiamare per nome: per istinto mi sono girato e ho visto un uomo che non riconoscevo. Lui però sì, lui riconosceva me. Mi aveva riconosciuto già da diversi giorni, per questo era venuto a presentarsi a casa mia. Sapeva chi ero, chi ero stato e cosa avevo fatto, perché era del mio stesso paese, Bagheria».

«Fra l’altro – aggiunge Morsicato – ha lo stesso cognome di una persona a cui io stesso ho fatto estorsione: non so se siano parenti, ma ovviamente mi spaventa questa possibilità. Per questo ho deciso di denunciare, di dirlo di nuovo ai Nop, pur consapevole che probabilmente questo vorrà dire un nuovo trasferimento, per me ma soprattutto per le mie figlie».

«Ma è questo il modo di individuare una località per un Collaboratore di Giustizia?», si chiede il collaboratore Morsicato, che poi aggiunge: «Io non ce la faccio più: non posso continuare a trasferirmi, a cambiare casa, a far cambiare città scuola, amicizie alle mie figlie. In 4 anni e mezzo che sono collaboratore di giustizia ho già effettuato 10 trasferimenti, di cui 3 negli ultimi 4 mesi».

«Fra l’altro – prosegue Morsicato – continuano a trasferire in località della stessa regione, benché io abbia fatto più volte presente che non è una zona idonea in quanto conosco molte persone. Spero che ora, dopo il terzo trasferimento, ascoltino finalmente la mia istanza».

«Se non fosse per un Capitano della Guardia di Finanza, mio referente al Servizio Centrale di Protezione, lascerei di nuovo il programma per non rientrarci più. È l’unico che mi dà sostegno come uomo e come funzionario dello Stato».

«Per il resto – conclude Morsicato – credo che lo Stato non abbia più voglia di proteggermi: temo che questi continui errori rientrino in una tattica affinché, finiti i processi, noi collaboratori di giustizia ci stanchiamo e ce ne andiamo di nostra iniziativa dal programma di protezione».

Fonte Cisiamo.info

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