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Luigi e Paola Bonaventura

L’antimafia a conduzione familiare

E’ un giorno speciale a casa “Bonaventura”,i due coniugi che insieme lottano per un futuro migliore!

Diciannove anni di matrimonio,due figli,una storia incredibile e speriamo a lieto fine per il nostro testimonial Luigi Bonaventura,lui che da anni è uscito da una criminalità la “‘ndrangheta” che non gli apparteneva e non voleva,ma che qualcuno ha cresciuto “obbligandolo” a seguire la tradizione di generazione a generazione che si tramanda da padre in figlio! (qui la storia)

Ma l’ex boss del “clan Vrenna-Bonanventura” non ha voluto continuare questo “assurdo passaggio generazionale”,e per evitare questo ai suoi figli ha scelto di “collaborare con la giustizia” e regalare un futuro migliore ai suoi figli!

Mai incriminato per omicidio o arrestato per associazione mafiosa,eppure lui “sgarro“,sapeva tutto e tanto ha fatto e continuare a fare con diverse procure,e giù arresti su arresti,sequestri soldi e smantellamento di cosche mafiose.

Al suo fianco sempre la moglie Paola,ignara fino la sera in cui ha deciso di cambiare di cambiare vita,con lei,Luigi continua a lottare affinchè nella “Calabria” e nelle famiglie delle “‘ndrine” smettano di obbedire a questo passaggio di “testimone da padre a figlio“.

Impegnati dal lontano 2007,giorno in cui ha iniziato a collaborare con la giustizia,sono trascorsi ben dodici lunghi anni di sofferenze,preghiera,solitudine e umiltà solo con l’obiettivo di poter cambiare le cose per i tanti che come la sua famiglia si trovano in quella situazione che vivevano fino al 2007,per il bene e il futuro dei figli!

Una famiglia,Luigi e Paola,impegnata a fare antimafia e aiutare i diversi familiari e collaboratori di giustizia,soli hanno fondato il Comitato Sostenitori dei Collaboratori di Giustizia – adesso gestito da gente comune . mentre loro conducono la Pagina Facebook “Rete Antimafie Famiglia Bonaventura” insieme a Barbara S. e altri onesti cittadini.

Ma oggi,come leggiamo dal suo profilo facebook,non possiamo che riportare che le splendide parole che dedica alla moglie Paola,queste parole dicono tutto di Luigi:

“E con oggi sono 19 che mi hai preso per mano e mi hai insegnato a combattere per i valori della vita .Ma chi te l’ha fatta fare.? Tu sei la mia eroina .Ti amo”

Noi del Comitato sostenitori CdG non potevamo che augurargli un buon cammino con la la sua adorata Paola e i suoi figli!

Il Comitato sostenitori CdG,contro lo striscione di Napoli,risponde:”Pronti a morire”!

 Il silenzio e il mancato sostegno ai “pentiti” che ogni giorno gradualmente vengono diffamati e censurati,sta provocando un effetto contro il nostro stesso Stato e le forze dell’ordine.Ieri notte,a Napoli,non a caso uno striscione con svastica contro i “pentiti” di camorra è stato posto a bella vista davanti ad un asilo!

Ne avevamo colto il segno sin da gennaio,mettendo in guardia sia il ministro Salvini che la stessa DNA,grazie al collaboratore di giustizia (ex boss di ‘ndrangheta) Luigi Bonaventura, che grazie ad un articolo – intervista di Fabrizio Capecelatro all’ex boss di ‘ndrangheta ne annunciò alcune trame. (qui l’articolo)

Lo striscione di domenica scorsa,nella curva sud presso lo stadio della capitale, l’Olimpico,a favore del nuovo “pentitoGennaro De Tommaso, meglio conosciuto come Genny ‘a Carogna,che metterà a tappeto gli ultimi strasci della “camorra” ha dato seguito ad un contrattacco verso “tutti i pentiti” con tanto di striscione e svastica,con un messaggio preciso:

«La vostra libertà puzza di infamità. Via da questa città. Ztl Lo Russo»

L’atto criminale e delinquenziale è stato messo in atto nella zona di Piscinola,da dove è arrivato l’allarme al 113 che arrivata sul luogo ha scattato qualche foto e poi ha rimosso lo striscione,peccato che la segnalazione sia arrivata alle 7 del mattino,ma già dice tanto..

Il tutto è accaduto quando Genny ‘a carogna,il nuovo “pentito” sarà impegnato nel processo d’appello per l’omicidio di Genny Cesarano, vittima innocente di camorra durante un blitz dei Lo Russo alla Sanità per colpire i rivali, gli Esposito-Genidoni. Ricordiamo che la testimonianza è importante perché mancano ancora due nomi dei partecipanti all’agguato, e dove un killer pentito potrebbe svelarne i nomi.

Insomma un subbuglio tra i resti dei “camorristi”,ma un nuovo segnale allarmante in quelli di Scampia e dintorni,dove i ragazzi sono cresciuti in un clima particolare e con “Gomorra”.

Già a maggio del 2017 la DDA di Napoli segnalava una svolta nelle zone di:Miano, Piscinola, Masseria Cardone, Scampia e Secondigliano,con effetti evolutivi che oggi vediamo.

Nel 2017 la DDA si espresse così:

sarebbero in atto delle modifiche agli assetti criminali, in parte determinate dalla destabilizzazione del gruppo lo Russo. Non accenna poi a diminuire l’operatività del clan Di Lauro, che può contare sulla guida dei componenti della stessa famiglia, liberi o latitanti, e sulle ingenti risorse economiche accumulate negli anni, soprattutto dalla gestione della vendita di stupefacenti a Scampia. L’altro gruppo locale, il clan Vanella Grassi, in passato scontratosi con i Di Lauro, rimane punto di riferimento nell’area napoletana per quanto concerne il traffico di stupefacenti, sebbene sia stato colpito da arresti di elementi apicali e di numerosi affiliati“.

Oggi il clima è diverso,molti camorristi sono diventati “pentiti” o scomparsi,è in atto una nuova generazione nata guardando una camorra organizzata che dallo spaccio di cocaina, eroina e droghe leggere,dove guadagnare 200 euro o più in un’ora spacciando o facendo da palo,è passata alla corruzione più assoluta e agli affari più proficui,ma ha favorito l’abbandono della scuola,la perdità dei lavori manufattieri che sempre hanno contraddistinto la Napoli per bene.

La nascita di questa “viva gomorra” è un segnale forte che i napoletani percepiscono bene,e più di loro la percepiscono i “collaboratori di giustizia” che capiscono la differenza tra intimidazione silenziosa e pubblica!

Una finestra aperta per tutte le mafie,questo è il messaggio lanciato per tornare a colpire lo Stato,qualcuno la chiamerebbe – e ne avrebbe ragione – Broken Windows, noi la definiamo “Gomorra”,la nuova camorra!

Noi del Comitato Sostenitori CDG

sosteniamo i pentiti contro i camorristi.

Adesso ammazzateci tutti!

Luigi Bonaventura

Bonaventura continua a collaborare con lo Stato!

Malgrado l’abbandono da parte delle Istituzioni,il collaboratore Luigi Bonaventura, per la terza volta in poco mesi,collabora e fornisce importanti informazioni a diverse procure.

Lo chiamano infame,gli scrivono di ammazzarsi e gli minacciano la famiglia,ma lui non si arrende!

Parliamo di Luigi Bonanventura,l’ex reggente della famiglia di ‘ndrangheta Vrenna – Bonaventura,che con le sue rivelazioni,prima da collaboratore di giustizia e poi da ex – solo per il programma di protezione – (per noi del Comitato diritti CDG,escluso dal programma ingiustamente),ha fatto condannare centinaia di ‘ndranghetisti di alto rango e sequestrare milioni e milioni di euro alle varie DDA.

Oggi,seppur non collaboratore – seppur solo per il programma di protezione – ,viene costantemente chiamato da diverse procure per fornire elementi importanti,questo vuol dire semplicemente:accertare delle prove e condurre i pm sulla giusta strada!

Ma è davvero protetto?

Nessuno si chiede,e dovrebbe,perché le associazioni che fanno antimafia e antiracket non ne parlano?,forse Bonaventura è scomodo per le informazioni che possiede?

Magari qualcuno vorrebbe che il Bonaventura stesse zitto una volta per tutte,magari vorrebbero psicologicamente distruggerlo mandandolo via dalla città in cui risiede,ma purtroppo noi del Comitato ci siamo per questo!

Riteniamo prezioso il contributo che Luigi Bonaventura sta dando alle varie procure,e a quanto pare non siamo gli unici a crederlo visto che in un mese è la terza volta che viene chiamato a contribuire a delle indagini.

Lo stesso Bonaventura,nella bacheca del suo profilo facebook,ha scritto quanto segue:

Ieri ho cominciato la mia collaborazione con la quattordicesima procura quindi un contributo enorme a tutta la nazione ,ma non so se esserne fiero, visto come siamo lasciati in stato di quasi totale abbandono,discriminazione,emarginazione e pericoli.Spero che le cose cambino,spero che ci sia una chiara volontà politica nel migliorare e proteggere i collaboratori di giustizia e soprattutto i loro familiari.Ma quindi sono ex (come dice solo una parte di istituzioni ) o collaboratore di giustizia(come dice l’altra gran parte ) a tutti gli effetti e soprattutto nei fatti ? Chiariamo questa cosa! Io vado avanti lo faccio per quella gran parte di istituzioni, lo faccio per la società civile, ma che non venga troppo tirata la corda altrimenti a mio malincuore smetterò di collaborare e ognuno se ne assumerà le proprie responsabilità.

I collaboratori vanno davvero protetti e assistiti, sia umanamente e sia per il loro grande e indispensabile contributo nella lotta alle mafie, tutto il resto non è fare vera antimafia.Sono stanco ma non mollo! Abbracci.

Noi siamo d’accordo su quanto postato da Bonaventura,ed aggiungiamo:

“Aprite gli occhi,la nostra è una lotta contro tutte quelle persone che ostacolano il corso della giustizia,che vorrebbero far star zitti i collaboratori di giustizia,e che vorrebbero una nuova mattanza!”

Ricercati “possibilmente morti”.Collaboratori di giustizia in pericolo!Mayday!

Siamo in allarme,è un emergenza nazionale quella che attualmente stanno vivendo i collaboratori di giusitizia ed ex;si fa per dire ex,in quanto alcuni hanno dovuto abbandonare il programma per mancanza della applicazione completa della legge che gli permetterebbe:assistenza medica e farmaceutica senza svelare la loro identità,l’esenzione ticket e quindi l’ISEE,tanto per citarne alcuni…naturalmente,ma questo non si può dire,ci sono ex che collaborano ancora con inquirenti e magistrati,perchè per loro è diventata una missione di vita!

Ecco il compito che ogni giorno,24h24,svolge il COMITATO CDG,attraverso questo sito e la propria pagina Facebook,noi siamo a sostegno delle familiari,figli e parenti dei COLLABORATORI DI GIUSTIZIA!

 

Poche ore dopo dalla pubblicazione della prima parte della videoinchiesta sui collaboratori di giustizia,pubblicata su Corriere,da Rossano, in Calabria, è partita una telefona verso la Germania. «Ci confermi che davvero non vai a testimoniare?». A ricevere la telefonata è stata Maria Vallonearanci, la pentita di ’ndrangheta che in chiusura della scorsa puntata diceva: «Il sistema di protezione dei collaboratori di giustizia non mi ha garantito la tutela dei figli minori e un nome di copertura. Se così stanno le cose io ai processi non mi presento». 

Maria, un caso in Germania

È diventata un caso in Germania, al punto che Rtl (la principale emittente televisiva) e il settimanale Stern le hanno dedicano un approfondimento di quasi quaranta minuti. Perché Maria ha rifiutato il programma di protezione per i pentiti in Italia e attualmente si nasconde nei land tedeschi. Il marito di Maria (ora ex marito) fa parte del clan Acri- Morfò. Lo ha denunciato lei stessa ai magistrati (insieme ad altri capindrina) svelando i traffici illeciti tra Calabria e Germania. Più precisamente, Maria ha contribuito alla scoperta di un «Inter Club» a Fellbach, vicino Stoccarda, che fungeva da deposito di droga e banconote false oltre che da sede per i summit di mafia. Così è stato possibile ricostruire anche la rete di ristoratori italiani che nel Baden Wuttemberg erano costretti a comprare olio, vino, frutta, pesce e lavorati per la pizza solo da «mamma ‘ndrangheta». Affari a cui la stessa Maria prendeva parte con un ruolo ben preciso: punire quelli che non pagavano il pizzo. «Mi chiesero di incendiare l’auto a un ristoratore che nel Baden non voleva pagare» ci conferma. 

Nessuno più di lei era adatto per quel ruolo: nata in Germania, a Backnang, e con un marito dal nome pesante: Natale Acri, capobastone del clan Acri-Morfò di Rossano, in provincia di Cosenza. Dopo il pentimento le sue dichiarazioni sono finite in due importanti processi come «Stop» e «Stige», e ha testimoniato contro 28 affiliati. Complessivamente, hanno portato in carcere circa duecento persone, tra cui politici locali e imprenditori. Poi qualcosa non ha funzionato e quel qualcosa è il programma di protezione che aveva sottoscritto con il Servizio Centrale. «I miei figli non potevano andare a scuola perché c’erano problemi con i nomi di copertura; a Lucca sono stata trasferita in un appartamento dove scopro che il mio vicino di casa era un avvocato del mio stesso paese, Rossano, nipote di avvocati che la ‘ndrina aveva a libro paga; nel ritirare la pensione di invalidità di mia figlia (nella località segreta) scopro che all’ufficio postale di Rossano conoscevano dove e in che giorno la riscuotevo; quando mia figlia ha avuto bisogno di alcuni interventi chirurgici non ho potuto chiedere assistenza all’Asl perché i documenti di copertura che mi fornirono non lo consentivano… Presa dalla paura, ho rinunciato al programma e mi sono nascosta in Germania, prima dai miei genitori a Winnenden e poi in altri land». 

Le falle della copertura in Italia

L’elenco delle cose incredibili che capitano sotto copertura ce lo fa durante una videochiamata. È in un’auto e si sposta di frequente. «Qui rischio tutte le mattine, sono una morta che cammina. Dal carcere di Milano dove è recluso Tonino Palmieri (il boss che gestiva i traffici illeciti attraverso l’«Inter club» di Fellbach) mi sono arrivate delle lettere di minaccia. Dice che se mi presento ai processi non vedrò i miei figli crescere». Attualmente è la polizia tedesca (IKA) a garantirle una qualche forma di protezione. «Lo fanno in via ufficiosa, non potrebbero e non sono obbligati» spiega Maria. 
Al telefono ci conferma anche che dopo la sua denuncia alla stampa le hanno garantito un monitoraggio almeno fino a quando dall’Italia non arriveranno notizie sul tipo di tutela che meriti. 

Il collaboratore: «Quattro anni e mezzo allucinanti»

Durante l’intervista a Maria ci arriva una telefonata da parte di un collaboratore di giustizia. E’ il primo pentito del clan Zagaria, quello che ha testimoniato sui rapporti tra i fratelli dell’onorevole Luigi Cesaro di Forza Italia e il clan dei Casalesi. Ha saputo della nostra inchiesta e ci tiene a dire la sua a costo di essere espulso dal programma di protezione (i collaboratori non possono avere contatti con gli organi di informazione). «Non mi interessa, sono quattro anni e mezzo che vivo una situazione allucinante. Mi hanno portato in una località ad alto rischio, forse mi vogliono far ammazzare. Già in passato un carabiniere, che adesso è stato arrestato, mi accusò falsamente di evasione». Ci riferisce che la compagna ha da poco partorito e ha avuto problemi con i bambini. «E’ un macello, non riescono a garantirmi l’assistenza sanitaria. Io ero consapevole di dover fare una vita disgraziata ma i miei figli non c’entrano. Se tornassi indietro non rifarei mai più questo passo. Piuttosto prenderei una fune e mi impiccherei in cella». 

«La bomba a orologeria»

A Roma, in un angolo di piazza Venezia incontriamo don Marcello Cozzi dell’associazione «Libera contro le mafie». «Lo dissi già due anni fa quando fui audito in Commissione parlamentare antimafia: “Attenzione, corriamo il rischio di avere davanti a noi una specie di bomba a orologeria”» commenta. In vent’anni ha assistito più di cento collaboratori di giustizia. «La centesima pecorella», come li chiama nel suo libro Ho incontrato Caino, è stata Gaspare Spatuzza, l’omicida di Pino Puglisi e responsabile della stagione delle stragi. «Le criticità di questi programmi di protezione sono oggettivamente tante, anche se tutti dobbiamo riconoscere il grande merito che hanno avuto nel far cambiare vita a mafiosi incalliti». Racconta casi estremi. Come quello di una testimone di giustizia che dopo il cambio temporaneo delle generalità non è più riuscita a riavere il proprio nome e cognome perché al Viminale hanno perso la documentazione. Oppure la storia di un pentito che per essere andato al Pronto Soccorso in preda a un forte mal di denti è stato scoperto: la tessera sanitaria di copertura non risultava da nessuna parte. Così come, in presenza di bambini, il collaboratore non ha la possibilità di presentare la storia pediatrica del figlio in quanto viene cancellata con la nuova identità. 

Il procuratore nazionale antimafia

«Seguo il caso paradossale di un altro pentito che chiameremo Mario. Dopo essere uscito dal programma di protezione non può vivere nella stessa provincia della moglie e dei figli. Loro risultano ancora sotto protezione ma questa gli fu accordata proprio in virtù del pentimento dello stesso Mario». È Federico Cafiero De Raho, procuratore nazionale antimafia a confermare l’inadeguatezza del programma di protezione anche sulla scorta delle «doglianze che arrivano da tutte le procure distrettuali». Ed ecco l’elenco degli aspetti da rivedere secondo il procuratore: «La prima difficoltà riguarda le generalità di copertura: devono essere mantenute o nel corso del tempo si dovranno modificare? Il collaboratore prima o poi le perderà o tornerà alle generalità originarie? Quindi sarà costretto a manifestare chi è realmente? Con quali rischi?». 
L’altro problema riguarda gli uffici che se ne devono occupare. «Deve essere un terzo estraneo? In questo caso siamo sicuri che riesca a garantire la segretezza?». Allo stesso tempo, secondo De Raho, ci deve essere un ampliamento della sfera territoriale dove andare a pescare le abitazioni di copertura, anche in considerazione del numero elevato di collaboratori e parenti (quasi seimila), il più alto di sempre che rende complicata l’applicazione della legge sui pentiti: «A volte vengono scelti comuni il cui numero di abitanti è talmente basso che è implicita l’esposizione del collaboratore e della sua famiglia. Oppure non si tiene nella dovuta considerazione la presenza in quel posto di altri affiliati ai clan o addirittura di rivali». Suggerisce un ripensamento delle misure di protezione anche a seguito di quanto accaduto a Marcello Bruzzese: «È stato ucciso la notte di Natale, è un modo tipico di operare della ‘ndrangheta che ha voluto punire non solo Bruzzese ma mandare un messaggio a tutti i collaboratori di giustizia».

Fonte Corriere.it

di Antonio Crispino

L’appello dell’ex boss:dignità e sicurezza per i collaboratori

A lanciare l’appello,su La Voce dei Cittadini, è l’ex boss della ‘ndrina Vrenna – Bonaventura,è Luigi Bonaventura,che chiede più dignità e riconoscimento per i figli dei collaboratori di giustizia.

Come potrete leggere nell’articolo che precede questa premessa,Luigi Bonaventura continua ancora oggi a collaborare con le autorità,vive da invisibile, e non ha paura a dichiarare che la sua esclusione dal programma di protezione è avvenuta a seguito di una intervista rilasciata,secondo il servizio centrale di protezione,senza autorizzazione.

“I nostri figli hanno diritto alla libertà

e non alla emarginazione

che stanno e stiamo vivendo…”

Buona lettura

Luigi Bonaventura

Il silenzio degli innocenti

Anni di lotte e battaglie,alcune,forse tante perse,e altrettante vinte,per aver riconosciuto il diritto della dignità umana,che spesso o forse sempre sfugge dagli obiettivi principali di chi ci governa.

Esistono “muri” che non si possono abbattere,anche se la nostra Carta Costituzionale non cita nessuna “censura” o meglio non menziona alcun “diritto di Stato” alla censura dell’informazione,eppure è così..

Durante i miei anni,anche se pochi,in cui mi occupo di inchiesta,di mafie,politica,massoneria e chi più ne ha più ne aggiunga,si sono riempite colonne di giornali fino a farne fiction e salotti in alcune trasmissioni,ma la verità su alcune forme di “giustizia gratuita” è mai uscita?

La risposta è no!

Nessuno può osare abbattere quel “muro di gomma”,eppure persone che contribuiscono con i loro racconti e testimonianze ad aiutare gli inquirenti nel corso degli indagini ne esistono tanti..

Esistono storie che soltanto chi lavora nell’ambito giornalistico può conoscere,ed io vorrei raccontarne una in particolare che riguarda una delle tante famiglie camorriste che ha deciso di uscire di quel giro sporco,fatto di omicidi,spaccio di sostanze stupefacenti,estorsioni e guerriglie..

La storia che sto per raccontare è vera ed inizia qualche anno fa,quando vengo contattato dal fratello di un collaboratore di giustizia,camorrista per famiglia e generazioni,che mi racconta la sua storia.

Non ha paura di nascondere il suo nome,scrive orgogliosamente di essere contro quel marciume di “camorra”,ma lo Stato gli ha revocato il programma di protezione e che vive insieme alla moglie e un bambino di 6 anni;mi racconta che per i pubblici misteri la collaborazione del fratello è un fatto storico e senza precedenti e che le informazioni fornite dal fratello faranno fare agli inquirenti diverse retate e infliggere centinaia d’anni di carcere a:killer,capi clan e delinquenti vari,insomma,i più sanguinari “camorristi” di Napoli finiscono all’ergastolo..

Ad un tratto,però,gli viene revocato il programma di protezione,fanno ricorso al Tar che ne decide la revoca,quindi impaurito cercano rifugio,sanno che qualcuno li cercherà,perché a “Napoli camorra” certe cose non si fanno.

Non ci stese molto a trovarli la camorra,furono minacce,violenze psicologiche,intimidazioni anche notturne perché sotto la loro abitazione sparavano colpi di pistola e gridavano “Siete una famiglia di pentiti, vi ammazzeremo tutti”,ed ancora mentre si trovano in strada mentre si dirigono o ritornano verso la scuola del figlio,a mezza bocca qualche passante camorrista gli sussurra: “Andate via, altrimenti vi ammazziamo”.

Nel frattempo sono passati due anni da quando gli hanno revocato il programma e solo dopo queste ultime intimidazioni,la procura pensa di riassegnarli ad un programma di protezione.

Nessuno osa chiedere,nessuno osa fare ipotesi,ma noi ci chiediamo:Fiammetta Borsellino che ha incontrato di persona “boss di Cosa Nostra” e che ha partecipato all’incontro voluto dal presidente della commissione antimafia ARS,Claudio Fava,ha ribadito quanto segue:

Nel corso del suo intervento Fiammetta Borsellino è tornata a chiedere risposte alle domande esposte in questi mesi: “Il 19 luglio mi era stato assicurato dal Ministro della Giustizia Bonafede che si sarebbe fatto promotore dell’apertura degli archivi del Sisde”. Fonte Antimafiaduemila

Stessa cosa,la dichiarano nel 25° anniversario della strage di via d’Amelio, Nunzia e Stefano Mormile,fratelli di Umberto, l’educatore penitenziario assassinato l’11 aprile 1990 mentre andava al carcere milanese di Opera, dove era stato trasferito.

“Nostro fratello Umberto è stata una vittima certificata del cosiddetto protocollo Farfalla, cioè quell’accordo segreto tra il Dap e i servizi per gestire le informazioni dei penitenziari di massima sicurezza. Umberto è stato testimone di ingressi, al carcere di Parma, di apparati dello Stato e di colloqui abusivi, illeciti e non registrati intercorsi tra i servizi segreti e boss della ‘Ndrangheta come Domenico e Antonio Papalia. In molte circostanze i boss ottenevano anche dei benefici non giustificati come permessi premio. Umberto aveva assistito a queste cose minacciando di raccontarli, questo lo ha esposto e per questo è stato ucciso, nell’aprile 1990. Con il suo delitto, per la prima volta, è comparsa la sigla della Falange Armata rivendicata attraverso una telefonata alla redazione ANSA di Bologna”.

Maurizio Inturri

Chi è Luigi Bonaventura

Cresciuto allʼombra della malapianta, di cui già giovanissimo è divenuto un ramo importante, Luigi Bonaventura, ex reggente della potente cosca Vrenna-Bonaventura di Crotone, oggi, dopo la sua scelta di parte, è un collaboratore di giustizia, definito altamente affidabile, uno che con le sue dichiarazioni ha consentito numerosi arresti e contribuito a tante operazioni e ad importanti inchieste contro le ʼndrine.

Bonaventura è un collaboratore che non solo confessa volontariamente le sue responsabilità e racconta quel che sa ai magistrati, ma che denuncia anche ciò che non funziona nel sistema di protezione.

E lo fa a suo rischio, rivelando pubblicamente il luogo nel quale lui e la sua famiglia sono stati trasferiti: Termoli, provincia di Campobasso, regione Molise. Un luogo che si pensa essere tranquillo, una località nella quale anche altri collaboratori sono stati trasferiti. In realtà, lʼapparenza inganna, perché quella città e quella provincia, come egli denuncia e come le operazioni di polizia dimostrano, sarebbero il punto nevralgico di interessi particolari in unʼarea poco distante dai territori controllati da camorra, sacra corona e ʼndrangheta.

Una zona, quella della riviera molisana, dove le cosche calabresi, in particolare crotonesi, si riuniscono per organizzare e gestire il narcotraffico che va da Rimini fino ai confini con la Puglia. Non solo, la provincia di Campobasso è stata il teatro di molti fatti oscuri della storia italiana. Ultimamente, di Bonaventura si è sentito molto parlare sui media, sia perché è uno dei pentiti che ha rivelato il progetto mortale che la ʼndrangheta aveva preparato per Giulio Cavalli, autore teatrale ed ex consigliere della Regione Lombardia, sia per il suo appello affinché si assicuri a lui ed alla sua famiglia protezione, con una scorta e soprattutto con lo spostamento da Termoli e il conseguente trasferimento in una località segreta fuori dallʼItalia. In Italia, infatti, non esistono regioni sicure, soprattutto per chi come lui è nel mirino e ha ricevuto intimidazioni che sanno di condanna a morte.

Luigi Bonaventura, con precisione e scandendo bene date, eventi e nomi (alcuni dei quali non facciamo per rispetto di inchieste ancora in corso), tra una sigaretta e unʼaltra si racconta al Megafono e parla di tutto ciò e di altro, partendo dal suo passato, dallʼinfanzia, poi la scalata fino ai vertici della sua ʼndrina, gli omicidi, fino al ravvedimento, alla scelta di dissociarsi e collaborare, con tutto quel che ne è derivato. Per arrivare, infine, alla situazione di oggi, al malfunzionamento del sistema di protezione, alla responsabilità della politica, alla sua condizione di pericolo. Lo fa in una lunghissima intervista, ricca di contenuti e di punti inquietanti che meritano ascolto e approfondimento, rilasciataci qualche giorno fa e della quale, di seguito, vi proponiamo la prima parte, invitandovi a non perdervi la seconda, che potrete leggere, sempre su queste pagine, nel prossimo numero di domenica 3 novembre.

Chi era Luigi Bonaventura prima del pentimento?

Era il primogenito di una famiglia di ʼndrangheta, destinato a diventare ʼndranghetista per diritto di successione. Se sei maschio la prima carica che ricevi, infatti, è quella di giovane dʼonore. Mi chiamo Luigi come mio nonno paterno, anche se in realtà dovrei chiamarmi Luigi Vrenna, perché mio nonno è Luigi Vrenna, detto u Zirro, ed è stato uno dei boss più importanti e potenti della Calabria.

Perché allora il suo cognome è Bonaventura?

Perché mio nonno ebbe almeno tre compagne e una serie infinita di concubine. Mio padre nacque dalla seconda compagna, solo che siccome il nonno era ancora sposato con la prima moglie, allʼepoca il cognome Vrenna non ce lo hanno voluto dare. Dunque, la famiglia Vrenna è composta dai Vrenna e i Bonaventura, che sono però tutti quanti discendenti di Luigi Vrenna u Zirro.

Comʼè lʼinfanzia di uno ʼndranghetista?

Sono stato subito educato con una cultura mafiosa, subendo una certa violenza psicologica e fisica, anche nellʼaddestramento, nellʼindottrinamento. Ho un flash, che non so se sia vero: allʼetà di 2 anni e mezzo, quando scoppia una delle faide che riguardano la mia famiglia, ammazzano mio zio. Ricordo, come se lʼavessi vissuto, donne che si strappavano i capelli, uomini che annunciavano vendetta, pianti, ecc. Nascendo in una famiglia di ʼndrangheta con una cultura durissima, tramandata di generazione in generazione, con una faida già in corso, si capisce già come puoi crescere. Non hai molta scelta. Ricordo tanta violenza su di me. Fino a 10 anni ero terrorizzato, avevo il terrore nel cuore, anche di mio padre, di cui temevo persino lʼespressione.

Ricorda la prima volta che ha sparato? Chi vi addestrava?

Non so se fu la prima, ma è quella che ricordo bene. Avevo 10 anni, era Capodanno, e sparai fuori dalla finestra. Mi ricordo quella volta perché nello sparare avevo lasciato il pollice sopra il carrello, quindi, dopo che feci partire il colpo, il carrello andò con forza sul pollice e mi fece male. Lʼaddestramento avvenne tra i 12 e i 14 anni. Mi addestravo con mio padre e con gli zii. Usavamo tanti tipi di armi (kalashnikov, doppiette, mitragliette, pistole, ecc.). Un poʼ come la scena dei due ragazzi che provano a sparare in “Gomorra”. Anche noi andavamo in una località alla periferia di Crotone, sul mare, che d’inverno era deserta. Miravamo a bottiglie, bidoni, ci insegnavano a sparare.

Poi, una volta addestrato ha cominciato subito ad agire?

No, nella ʼndrangheta, dopo questo addestramento, ti spediscono fuori per farti conoscere il mondo, per abituarti alla lontananza della famiglia, per mantenerti invisibile, riservato. Perché tu, in determinate famiglie, non devi commettere crimini, devi mantenerti integro per poi essere a disposizione al momento utile. Andai qualche anno al nord, a Vicenza, poi in Emilia Romagna, a Bologna. La ʼndrangheta, a differenza di quel che si crede, è pensante, non agisce in maniera stupida. Stare fuori, dove sei comunque impiegato in aziende riconducibili sempre alla famiglia, ti permette di arricchire la conoscenza e di capire i modi, anche per introdurti meglio nel tessuto delle regioni in cui ti trovi a vivere. La ʼndrangheta, si sa, agisce in varie regioni: dalla Lombardia allʼEmilia Romagna, Veneto, Liguria. Poi sono andato in Toscana.

La sua famiglia, in Calabria, cosa gestiva?

A quel tempo la mia famiglia cominciava a riorganizzarsi, perché la faida ci aveva messo in ginocchio, tra arresti, morti e così via. Per riorganizzarsi bisogna investire e allora si punta su una serie di attività che oggi sono diventate note a tutti: società calcistiche di notevole spessore, smaltimento dei rifiuti (in Calabria ci sono le più grandi discariche dʼEuropa), movimento terra. E ci sono riusciti. Oggi la famiglia Vrenna-Bonaventura è ancora salda. Nonostante i collaboratori eccellenti che ci sono stati (dopo di me si sono pentiti altri affiliati) a Crotone comanda ancora. Si è indebolita solo lʼala militare, ma i beni sequestrati sono stati pochi e le attività sono tutte floride.

In tutta la Calabria o solo a Crotone?

Io parlo di Crotone. Il Crotone Calcio è della famiglia Vrenna. E tante altre attività, come la Columbra, che è la discarica più grande d’Europa. Ci sono delle cose che sono anche paradossali. Te ne dico una: la mia famiglia non solo ha ricavato negli anni guadagno dal traffico di cocaina, ma anche dai sequestri di cocaina fatti non solo alla cosca Vrenna-Bonaventura, ma in tutta lʼarea della Calabria.

Cioè?

La cocaina sequestrata va smaltita. Quindi viene messa in auto blindate e arriva in un bruciatoio dove vengono bruciate due-tre tonnellate di cocaina. Per ogni tonnellata smaltita, i gestori del bruciatoio percepiscono molti soldi.

Lei mi vuole far credere che, in Calabria, la cocaina sequestrata dallo Stato finisce in un bruciatoio della ʼndrangheta?

Di proprietà della mia famiglia. Si tratta della discarica di Salvaguardia Ambientale Spa, società del gruppo V&V, ossia Vrenna&Vrenna… Divertente vero?

No. Direi che sarebbe sconcertante…

La mia famiglia si occupa anche di smaltire rifiuti speciali. Non solo in Calabria. Si arriva persino in Abruzzo, dove 2 anni fa un imprenditore ha denunciato una cosa che è poi giunta fino alla Camera dei Deputati: la mia famiglia ha preso un appalto per 45 milioni di euro per i rifiuti speciali di tutto lʼAbruzzo, a un prezzo superiore a quello fissato per la gara.

Torniamo allʼinizio della sua “carriera” mafiosa. Al momento in cui la sua cosca si stava riorganizzando, mentre Lei si trova in Toscana.

Sì. A Crotone, mentre noi cerchiamo di fare gli investimenti necessari per risollevarci, si presenta un problema che si chiama Giuseppe Sorrentino, fiancheggiato dai cirotani, cosca con cui avevamo avuto spesso dei problemi, il quale voleva imporsi come capo società in città. Ciò limitava la mia famiglia, perché se non hai la supremazia assoluta sei anche soggetto a dei limiti. Così, nel 1990 vengo richiamato in patria. Torno dalla Toscana e vengo assunto in una azienda nostra, la Mida, riconducibile al gruppo V&V. La mia presenza serviva perché dovevo proteggere la mia famiglia. A novembre compiamo la famigerata strage di piazza Pitagora, dove vengono uccisi Sorrentino e altri due, e altre persone rimangono ferite. Questo è il fatto più eclatante.

In che modo prende parte alla strage?

Avevo il ruolo di staffetta e allo stesso tempo dovevo essere pronto a sparare insieme ad altri nel caso in cui le vittime fossero riuscite a sfuggire al commando. Insomma, li avevamo accerchiati. Li abbiamo uccisi in piazza perché doveva essere simbolico, dimostrare che non si poteva sfuggire alla nostra famiglia. In quel periodo ho preso parte anche ad altre azioni, non solo verso persone, ma anche strutture, mezzi, ecc. Alcuni non andati a buon fine. Da quel momento in poi ho fatto la vita del latitante. Nel 1991, ci venne chiesta una ulteriore prova di coraggio, che non consisteva  semplicemente nellʼammazzare uno dei bersagli indicati, ma anche nellʼorganizzare tutto di sana pianta. Tu avevi lʼordine e poi dovevi organizzare ogni cosa. Compiere lʼazione, non lasciare tracce e rientrare a casa. Avevamo 3 o 4 bersagli da colpire, che ci erano stati indicati. Dovevamo eseguire e solo alla fine dare spiegazioni.

E siete riusciti a uccidere queste persone?

Questi soggetti abitavano in varie zone che noi pattugliavamo al fine di scovarli. In una di queste perlustrazioni ne troviamo uno. Scendo e compio quello che dovevo compiere. Faccio tutto da manuale, come mi avevano insegnato, con la massima lucidità e precisione, non sbaglio niente. Tanto è vero che questo omicidio viene alla luce solo di recente con le mie dichiarazioni. E pensare che risale al 1991. Da quel momento in poi si susseguono altre cose, le estorsioni, la latitanza volontaria. Da quellʼomicidio inizia davvero la mia scalata verso la reggenza. Perché la reggenza non si prende solo per successione (anche se essere primogenito o essere nipote di un nonno potente ti aiuta), ma ci vogliono anche i “meriti”, che attengono non solo allo sparare, ma anche a come ti comporti e pensi.

Quando arriva a essere reggente della sua cosca?

Nel 1990-91, a soli 19 anni, sono già il braccio destro di mio zio Gianni Bonaventura, che era reggente di Crotone. Lo seguo nella latitanza, vado in missione con lui, nonostante fossi un ragazzino e avessi bruciato le tappe. Io, nella mia ottica, credevo che quello che facevo fosse normale, perché lo facevano pure gli altri. Allʼetà di 30 anni, nel 2001, sono diventato reggente della mia famiglia. Ma io cercavo di fare un passo indietro, perché diventare reggente vuol dire assumersi più responsabilità.

Come viene decisa la carica di reggente? Con quali meccanismi?

Feci un paio di colloqui nel carcere di Parma con mio zio, nellʼottobre del 2001. Lui mi disse che dovevo assumere il comando e diede disposizioni in tal senso, dentro il carcere e anche fuori tramite il figlio, a tutti i boss più importanti. Mi disse che potevo prendermi anche altre cariche e, nel 2002, prendo quella di sgarro. Lo sgarrista era una volta la massima carica. Con lo sgarro tu puoi gestire la società, puoi fare tutto. In più, mio zio mi aveva concesso una carica speciale. Lo sgarrista di solito dovrebbe comandare la minore, ma io potevo anche entrare nella maggiore. La carica particolare datami da mio zio mi permetteva di agire secondo la mia convenienza: entravo nella maggiore, dove potevo venire a conoscenza dei livelli superiori (massoneria, politica, ecc), e poi mi tiravo fuori per sottrarmi alle responsabilità di questa conoscenza. Così ho fatto giuramento per lo sgarro.

In cosa consiste il rito?

Per lo sgarro si usa la croce, solo che te la fanno sul pollice, allʼesterno. Ti fanno un incisione a croce con un pugnale e poi fanno scorrere il sangue su una immaginetta di San Michele Arcangelo. La incendi. E il giuramento è fatto.

E di lì la carriera criminale. Come è arrivato alla scelta di dissociarsi e collaborare? Cosa lʼha determinata?

Dobbiamo fare un passo indietro. Ritengo che la mia completa conversione parta dal matrimonio tra mio padre e mia madre. Per un caso di fortuna, o destino, mio padre si sposa per amore e non per matrimonio combinato per risanare vecchie ruggini o per rafforzare il potere. Accade che mia mamma viene da una famiglia che è lʼesatto contratrio della mafia. Così mentre la parte di mio padre mi dà questa educazione, questo addestramento ‘ndranghetista, mia madre e la sua famiglia provano a mettere qualche tassello buono. Ovviamente tutto questo ha un prezzo, perché mia madre in quel periodo tante volte ha preso botte. La cultura dominante di mio padre, cultura mafiosa, è quella che mi ha cresciuto e ha lasciato poco spazio ad altre strade. Un secondo elemento  importante è che anche io mi sposo per amore. Sulla base del mio potere, impongo alla mia famiglia la decisione di sposare chi voglio io. Anche la famiglia di mia moglie è lʼesatto contrario delle mafie. Da sposato reggo la cosca per 5 anni. Mia moglie non sapeva completamente tutto di me, perché io quando entravo a casa la ʼndrangheta la lasciavo fuori dalla porta. Intanto, nascono i miei figli. Cʼè stato un periodo, nel 2005, che la notte passeggiavo avanti e indietro nel corridoio e ogni tanto mi affacciavo nella stanza da letto dove dormivano i miei bambini e mia moglie e non riuscivo a prendere pace, perché sapevo di avere il loro futuro nelle mie mani. Avevo i soldi, casa, beni, attività, però sentivo il peso di avere il loro futuro nelle mie mani. E non riuscivo a capacitarmi di questa cosa.

Cosa fece?

Parlai con mia moglie, raccontandole molte cose che non sapeva e le comunicai le mie intenzioni di dissociarmi, spiegando che non volevo rubare il futuro ai miei figli, che non volevo che avessero unʼinfanzia come la mia. Mia moglie si mostrò un poʼ incerta, perché lei non comprendeva certi meccanismi di ʼndrangheta, però da quel momento in poi mi ha sostenuto fortemente in ogni mia scelta. A quel punto, pensai di dover affrontare mio padre. Sapevo che era rischioso, ma non volevo agire di nascosto. Gli dico che una delle cose su cui è fondata la ʾndrangheta è lʾonore. E gli chiedo in cosa consiste, dove sta questo onore: nel sapere di rubare il futuro ai tuoi figli (e nel suo caso ai nipotini) o ai figli degli altri? Dove sta lʾonore se noi sappiamo già che a questi ragazzini stiamo rubando lʾinfanzia, che domani ammazzeranno o verranno ammazzati o vivranno in un bunker o in una galera? Gli chiesi di darmi una risposta. Lui non fece una piega, ne parlò con la famiglia e, siccome da noi certe cose si devono lavare allʼinterno, pensarono di ammazzarmi. Prima mi minacciarono moglie e figli nel caso non avessi fatto quello che dovevo fare (perché dovevo ancora completare la faida, uccidere due nemici per una cosa di 30 anni  prima). Poi, vari agguati, due di questi ad opera di mio padre.

Suo padre cercò di ucciderla?

Due agguati in due giorni. Il secondo il 19 settembre 2006, proprio il giorno di Crotone-Juventus. A 12 ore dal primo agguato avvenuto la sera prima, sempre nello stesso posto, mio padre me ne fa un altro. Per fortuna, trovandomi armato, rispondo al fuoco, lo ferisco e mi salvo. Riguardo a mio padre cʼè un altro elemento importante nella mia scelta. Nel 1991, quando compio un assassinio, succede qualcosa di strano dentro di me. Che non mi era mai accaduto con nessuno. Eseguito lʼomicidio, rientro a casa e vedo negli occhi di mio padre e dei miei zii un compiacimento speciale. Dei miei zii non mi interessa tanto, ma mio padre mi segna più di tutti, perché quando vivi e cresci in questa situazione, massacrato, a cinghiate, a bastonate, a nerbate, a schiaffi, tu paradossalmente sogni e cerchi per tanto tempo il compiacimento della tua famiglia e di tuo padre. Allora un giorno questo arriva, come arrivò per me in quel momento: io lo assecondai, feci finta di niente, ma non compresi quel compiacimento nei suoi occhi, di fronte ad una delle cose più misere che l’essere umano possa fare, come quella di ammazzare un altro se stesso.

Rimase deluso da quell’atteggiamento?

Ricordo che mi rimase dentro un malessere di cui poi non parlai con nessuno, avevo paura di parlarne anche con me stesso, perché sono debolezze che non devono trasparire in uno ʼndranghetista. Allora ripercorrendo questo ricordo, nel 2005, pensavo che io avrei cresciuto un figlio allo stesso modo, magari non gli avrei mai dato legnate come mio padre ha fatto con me, però vuoi o non vuoi li avrei educati alla vita di ʼndranghetista. Rivivevo quel giorno, mettendo me al posto di mio padre e mio figlio al mio posto, e pensai a come io avrei trovato il coraggio di dirgli bravo. Non ci sarei riuscito. Pensavo che avrei voluto dire bravo a mio figlio per il fatto di lavorare onestamente, di trovare un bel lavoro, di vivere dignitosamente. Questo mi ha spinto a dissociarmi. La lotta che sto facendo oggi è anche per evitare che ci siano altri criminali, che la ʾndrangheta e le mafie continuino a partorire altri bambini soldato.

Dopo aver maturato la decisione come è arrivato al contatto ufficiale con le istituzioni?

Contattai un mio amico che era figlio dell’ex procuratore capo di Crotone e gli chiesi se poteva consigliarmi su come fare, sui modi con cui rivolgersi, perché tu vieni da un’altra cultura, sei da solo come un cane, sulla tua strada, non sai nulla di come si fa. I suoi consigli furono preziosi. Il 6 aprile del 2006, poi, subii una perquisizione dall’allora capo della squadra mobile Angelo Morabito, dall’ispettore Strada e dal sovrintendente Eugenio Lucente. Durante la perquisizione mi fermai a parlare con loro e dissi chiaramente che volevo collaborare e che cercavo di capire come fare, cosa lo Stato poteva offrirmi, se poteva proteggere i miei figli soprattutto. Dopo, arriva lʼagguato fattomi da mio padre, il quale è costretto a consegnarsi perché ferito e pensa bene di denunciarmi, dicendo che sono andato io sotto casa a sparargli. Così per me scatta l’arresto, a dicembre. Finito in prigione, mia moglie mi diceva di collaborare, ma io ho deciso di stare altri due-tre mesi a pensare.

Perché non subito, visto che dentro sé aveva già deciso da tempo e si era dissociato?

Perché lì dentro stavo bene; lontano da tutti potevo riflettere meglio su quello che dovevo fare. Dopo 3 mesi mando a chiamare il dottor Pier Paolo Bruni della DDA di Catanzaro, che sapeva già della mia volontà di collaborazione da prima del mio arresto. Lo contatto e gli dico di essere pronto a collaborare con la giustizia. Ho trovato un magistrato eccezionale. Parlai con quest’uomo e per la prima volta percepii la vera essenza di Stato, di legalità. E dico la verità: l’ho percepita anche con altri magistrati, visto che ho avuto a che fare con dieci procure. Allo stato attuale posso dire che io lo Stato l’ho trovato solo nella magistratura.

Il suo avvicinamento alla collaborazione è precedente allʼarresto. Una scelta volontaria.

Sì, non è stato uno scambio. Una controproposta seguita ad un arresto. Quando io comincio a collaborare, non avevo nemmeno un giorno di condanna. E allo stato attuale non ho ancora un giorno di condanna definitivo, anche se comunque ci sono le mie ammissioni e quindi le condanne definitive arriveranno molto probabilmente il prossimo anno. Dovrebbe essere una vittoria per lo Stato e la società civile quando un reggente di una famiglia mafiosa decide autonomamente di dissociarsi e collaborare, non solo perché contribuisce a degli arresti, ma anche per una ragione simbolica, perché lo Stato recupera il pezzo grosso di una famiglia importante che passa da questa parte. Dovrebbe diventare esemplare, perché è una vittoria dello Stato utile a far capire agli altri ʼndranghetisti che il crimine non conviene, che è meglio passare dalla parte della giustizia.

Anche perché le sue dichiarazioni sono state alla base di operazioni importanti.

Sono state fatte operazioni fondamentali, arresti, ergastoli, in Emilia Romagna, in Calabria, in tante località. Io sono stato definito altamente attendibile, anche se della mia attendibilità non devo parlare io, basta chiedere ai magistrati.

E questo senso di vittoria lo ha percepito attorno a sé?

No, anzi è accaduto che, paradossalmente, il fatto di essermi dissociato, di essere un collaborante volontario è diventato un’aggravante per quella parte di politica collusa, perché di questo stiamo parlando. Naturalmente specifichiamo, sia per la forma e sia perché effettivamente è così, che è solo una parte. Ad ogni modo, per quella parte collusa, se tutti si dissociassero e collaborassero volontariamente, sarebbe la fine. I pesci piccoli li vogliono, ma se sei un collaboratore di spessore, che conosce certi livelli, trovi solo l’inferno per te e per la tua famiglia. Perché non vogliono che si parli anche di loro. Così ci troviamo dentro a un programma di protezione che non funziona e non funziona volutamente, per volontà precisa di una parte del mondo politico, perché nel programma ci sono tanti che lavorano bene, ma se la politica non gli dà gli strumenti, cosa vuoi che facciano? Si parla tanto di persone come il generale Dalla Chiesa, il dottor Falcone e il dottor Borsellino e non ci accorgiamo che in questi anni stanno completamente distruggendo quello che loro hanno creato, costruito. Oggi siamo dinnanzi a un programma di protezione che non esiste più, che non funziona, con i collaboratori di giustizia lasciati a sé, attaccati, discriminati. Si sta distruggendo tutto quello in cui quelle persone credevano e per cui sono morte. Loro dicevano che i collaboratori sono preziosi. D’accordo, sono ex criminali. Ma allora considerateli almeno come una medicina amara, ma necessaria.

Il programma pieno di falle

Da Termoli, provincia di Campobasso, la città dalla quale Luigi Bonaventura, ex reggente della cosca Vrenna-Bonaventura di Crotone, oggi collaboratore di giustizia dopo un percorso passato preventivamente da una dissociazione volontaria che gli è costata due attentati ad opera della sua famiglia, denuncia quello che non va nella gestione del suo caso personale e, in generale, nel sistema di protezione che la legge prevede per chi sceglie di passare dalla parte dello Stato. Località che doveva essere segreta, ma che lui stesso ha rivelato dopo aver capito che tale segreto era stato violato già dai primi giorni da chi doveva proteggerlo (come ci spiegherà lui stesso). Terra per nulla tranquilla, il Molise, crocevia di pericolosi intrecci tra poteri occulti, luogo nel quale la fiducia nelle istituzioni si misura tra gli sguardi storti che popolano la memoria di un passato ambiguo, scandito da fatti clamorosi che hanno segnato la recente storia italiana.

Fatti che in troppi hanno dimenticato di collegare a quella che, nell’immaginario collettivo, è rimasta sempre una zona tranquilla, lontana dai problemi atavici che tormentano altre aree del Paese. In questa parte Bonaventura ci parla della sua vita di collaboratore, delle carenze del sistema di protezione, dei tanti casi di falsi pentiti che anche lui ha contribuito a smascherare, delle minacce chiare di una ’ndrangheta che non dimentica chi la tradisce, dell’urgenza di avere una scorta o di essere trasferito fuori dall’Italia per la sicurezza sua e della sua famiglia, ma soprattutto di come, ancora una volta, sia la politica la vera assente, o almeno quella parte di politica che non concede (o non vuole concedere) gli strumenti necessari a tutelare e a combattere.

Le parole di Bonaventura, che leggerete in questa seconda parte, offrono lo spaccato di una situazione che non riguarda, probabilmente, una sola persona, ma un intero sistema di collaborazione che rischia di indebolirsi, diventare scoraggiante, inefficace, rischiando di trasformarsi in un grave ostacolo per la lotta al crimine organizzato, che, come Giovanni Falcone seppe intuire e dimostrare, ha assolutamente bisogno di collaboratori di giustizia, ossia di chi mette le proprie conoscenze a disposizione di chi vuole fermare le mafie.

Perché Lei sostiene che il programma di protezione non funziona come dovrebbe?

Il problema è che c’è una parte di politica che non vuol dare gli strumenti per il programma di protezione. La gente che lavora dentro il programma si occupa di quelle che sono le situazioni particolari, ma gli mancano gli strumenti giusti. Sai perchè ci sono pochi collaboratori della ’ndrangheta? Perché il programma di protezione non funziona a dovere e perché il collaboratore di ’ndrangheta ha due problemi fondamentali.

Quali?

Il primo consiste nel fatto che egli deve rompere il muro dell’omertà; l’altro, il più difficile, è il vincolo di sangue, perché la ’ndrangheta ha una struttura particolare, è una cupola nella cupola. Cioè, abbiamo una mafia già di per sé piramidale, che si viene a trovare in un ulteriore contesto gerarchico di stampo patriarcale. In poche parole, oltre agli affiliati devi affrontare anche i familiari a cui sei legato da un vincolo di sangue: tuo padre, i tuoi zii, i tuoi cugini. Dunque, è difficilissimo fare quella scelta, soprattutto con uno Stato che non ti protegge.

Quali sono le carenze che Lei ritiene più gravi?

Per prima cosa mancano strumenti per l’inserimento socio-lavorativo. Un elemento fondamentale soprattutto perché ti dà una identità e in questa società se tu non lavori non sei nessuno, non hai appunto alcuna identità. Inoltre, il lavoro ti fornisce la vera protezione, il vero anonimato.

Cioé?

Voglio dire che la gente, quando parla con te, ti chiede che cosa ci fa un calabrese qui a Termoli. Il fatto è che, generalmente, ci sono due tipi di persone che vengono dalla Calabria per stare qui: o i criminali che vengono per fare rapine o i collaboratori di giustizia. Ecco perché se lavorassi e potessi dire di essere impiegato in un’azienda, la gente smetterebbe di farmi domande e di scavare. E la copertura sarebbe salva.

Questo, immagino, sia importante anche per i figli di un collaboratore…

Esattamente, per tutta una serie di ragioni. Per i figli è importante poter rispondere serenamente, a una maestra o a chiunque altro, alla domanda “Che fa tuo padre?”. Oggi i miei figli sanno quasi tutto, perché in base all’età li abbiamo informati, abbiamo spiegato quel che è accaduto. Loro hanno capito e oggi guardano avanti come me. Tanto, qui, chi sono io lo hanno saputo tutto sin dal primo giorno.

Continuiamo a ragionare attorno a quel che non funziona nel programma di protezione…

Sì. Dunque, ci vorrebbero dei documenti validi, perché anche questo è importantissimo. Quello che ho posso usarlo solo per la regione in cui risiedo nel caso in cui mi fermi un poliziotto. Ma se devo comprare, ad esempio, una semplice sim card o aprire un conto corrente, quel documento non serve più. E devo andare con quello originale a 22 km di distanza, a Vasto, in Abruzzo. Come se la ’ndrangheta oltre i 22 km non esistesse più. Eppure, nel contratto di collaborazione è previsto un documento valido su tutto il territorio nazionale.

Ma non avete una scorta che vi accompagna?

I collaboratori non sono scortati. La scorta ce l’hai solo quando devi andare negli uffici giudiziari. Cioè in servizio. Lì non puoi morire. Che i colaboratori hanno la scorta sono solo chiacchiere. Il problema comunque è politico e al contempo culturale.

In che senso?

Nel senso che bisognerebbe smetterla con la storia dei pentiti che rimangono comunque degli assassini, perché così si fa il gioco di quella politica che può usare tale discorso per sollecitare le emozioni della società e screditarci, specialmente quando parliamo di loro o di qualcuno della pubblica amministrazione o di un imprenditore. Io in passato ho sbagliato, ma oggi ho scelto volontariamente di schierarmi con lo Stato e contro le mafie. A mio rischio.

Inserimento socio-economico e documento sarebbero sufficienti a migliorare il sistema di protezione?

No. Occorre stipulare quanto prima degli accordi bilaterali con gli altri stati. Dobbiamo ampliare il raggio di azione e metterci in testa che le mafie sono un fenomeno europeo, anzi mondiale. La potenza della ’ndrangheta non consiste semplicemente nella sua atrocità, ma soprattutto nel fatto che essa è un’organizzazione criminale radicata in tutti i continenti. Questo è il vero potere che permette di usare molteplici canali per il traffico di droga, per il riciclaggio, per gli affari in genere. Di fronte a ciò, non è pensabile che tu arrivi a Termoli, dove sono passati altri personaggi, e alla padrona di casa viene detto che sta affittando a un pentito, al preside della scuola che quegli alunni che si stanno iscrivendo sono i figli di un pentito, così come anche al dirigente di un’associazione sportiva, al medico curante e così via. In questa maniera l’anonimato lo fai crollare da subito. Aggiungici pure che non sai dire che lavoro fai, il problema dei documenti e altro ancora…Nella mia situazione credo si sia superato ogni limite.

Perché dice questo?

Perchè mi hanno portato a Termoli, a 200 km dai confini calabresi, ai confini con la sacra corona unita e con la camorra. Un accerchiamento, dal momento che, nelle mie rivelazioni, non parlo solo di ’ndrangheta, ma anche di cosa nostra, camorra e scu. E quindi mi devo guardare da tutti.

Quando era reggente ha avuto modo di collaborare anche con altre organizzazioni criminali?

Sì, nel 1990 la mia famiglia aveva rapporti con il clan del boss catanese Nitto Santapaola e io stesso, in particolare, per via del mio ruolo avevo avuto modo di collaborare con lui.

Lei ha rivelato la sua località segreta per denunciarne l’inadeguatezza. Perchè sostiene che Termoli sia pericolosa per Lei e per la sua famiglia?

Premettiamo che per un collaboratore come me, visto che in Italia le mafie sono radicate in ogni regione, non esiste posto sicuro in questa nazione, specialmente senza scorta. Ma parliamo di Termoli. Qui ho trovato altri collaboratori di giustizia, non solo siciliani, che sarebbe comunque grave, ma addirittura di ’ndrangheta. E alcuni di questi persino della mia stessa provincia, della mia stessa area. Qui viveva la collaboratrice di giustizia Lea Garofalo (perché secondo la legge è una collaboratrice, fermo restando che per me questa distinzione è superflua), quando il boss Cosco e i suoi compari le davano la caccia; qui ho trovato i fratelli Pucci, originari della mia zona; Felice Ferrazzo, un falso pentito, con il figlio Eugenio al suo seguito, che poi ha ripreso di nuovo il potere; poi il falso pentito Amodio, che avevo conosciuto nel carcere di Cosenza, nel ’94, perché eravamo nella stessa sezione; Piero Speranza, un altro appartenente alla ’ndrangheta che era a capo di una locale in Piemonte. Insomma, in questa provincia ho trovato molti collaboratori, o presunti tali (alcuni erano falsi pentiti e li ho denunciati). Io mi chiedo: l’ufficio Nop (Nucleo operativo di protezione) è sempre lo stesso e sa, dal primo momento, che io sono incompatibile con quest’area. Pertanto la direttrice del Nop avrebbe dovuto dire da subito a chi di dovere che questo luogo non era adatto. Purtroppo il sistema funziona così. Ecco perchè poi qualcuno ritratta, ecco perché tanti diventano falsi collaboratori, a vantaggio di chi cerca di screditare politicamente il ruolo del collaboratore di giustizia. Io sono un fesso a rischiare la vita dei miei figli. Se io avessi dovuto ragionare con la testa, mi sarei dovuto far corrompere e stare tranquillo.

Corrompere da chi?

Ho denunciato diverse persone, compreso un falso pentito, per tentativo di corruzione. Ho avuto proiettili dietro la porta di casa, ho subito delle minacce, persino da Carlo Cosco, l’assassino di Lea Garofalo. Ho denunciato anche elementi del Nop, perché gli stessi falsi pentiti che volevano corrompermi mi avevano detto che essi erano coinvolti. Il 22 novembre 2011 comincio a denunciare ciò alla procura di Catanzaro, sempre davanti al giudice Pier Paolo Bruni. Uno di loro mi telefona addirittura a casa, minacciando mia moglie, intimorendola, dicendo di aver saputo delle cose che non andavano bene. Poi richiama me e mi consiglia di ritrattare.

Che cosa Lei non doveva dire?

Nessuno ha interesse che tu parli di politica o di altro, ad esempio io parlo di quello che si muove dentro il mondo del calcio, della Lega Nord, ecc. Poi, a mio avviso, pago per le mie continue denunce sul fatto che in Lombardia ci sia la ’ndrangheta e sia fortissima. E dire che qualche ex ministro mi dava del fantasioso…

Ai magistrati però può dire, raccontare, come Lei ha fatto, tutto quel che sa. E le operazioni sono state eseguite, si è andati avanti, non crede?

Sì, ma comunque la legge non funziona, è fatta apposta perché tu non riesca a dire tutto quel che devi dire.

E perché mai?

Perché hai 180 giorni per poter raccontare tutto. Solo che questi 180 giorni non sono davvero tali, ma molti meno.

Vale a dire?

Mi spiego: tu hai 180 giorni per dire tutto, solo che poi, considerati anche i tempi tecnici dei magistrati, che hanno problemi grossi quanto i nostri, questi giorni si riducono a 14-15 verbali fatti a macchia di leopardo. Praticamente, se vai a leggerli, tutto si riduce a circa 48 ore di verbalizzazione, durante le quali si ripetono le cose dette inizialmente. Cominci dagli omicidi e, sulla base di queste dichiarazioni, fai l’interrogatorio di chiarimento. I magistrati, cioè, ti chiedono chiarimenti sulle tue rivelazioni, sui nomi di chi ha partecipato alle azioni, le motivazioni, ecc.. Ecco perché credo che la legge sui collaboratori sia una barzelletta. Ed è una delle ragioni per cui poi ci sono i falsi pentiti,. Dinnanzi a ciò, se uno di loro viene abbordato per essere convinto a ritrattare non sempre riesce a dire di no, a rifiutare, sapendo quel che rischia. A me è successo e ho rifiutato, ma non si può pretendere che lo facciano tutti. Infatti, Lo Giudice, ad esempio, e tanti altri hanno ritrattato.

Lei crede davvero che sia per queste disfunzioni che uno preferisce ritrattare e diventare un falso pentito?

Precisiamo che alcuni sono falsi sin dall’inizio. Ma ci sono altri che, invece, vengono “costretti” dalle situazioni. Ti prospettano un milione di euro all’anno, la sistemazione dei processi e, soprattutto, il “manto della misericordia”.

Sarebbe?

Sarebbe che nessuno ti può toccare, come se sei di nuovo dentro la ’ndrangheta, perchè sei prezioso per la ’ndrangheta. Ti puoi salvare. Se tu rifiuti e denunci, invece, non rischi solo tu, ma anche i tuoi figli. Io ho rifiutato, fidandomi dello Stato. E oggi i miei figli stanno nello stesso marciapiede della gente che ho denunciato, anche qua, tra collusi, falsi pentiti, ’ndranghetisti e mafiosi vari. In sintesi, sono lasciati al macello.

Lei ultimamente è finito sotto i riflettori dei media sia per alcune sue rivelazioni, ma anche per le proteste circa il suo stato di scarsa protezione. Questa diffusaattenzione la sta aiutando nella sua battaglia?

Io so solo che sono stato costretto a una protesta ufficiale, a metterci la faccia ed espormi. Dopo cinque anni e tantissime denunce mi trovo ancora in questo vortice di ingiustizia, in questo labirinto infernale. Ho pensato che rivolgendomi alla stampa, con due o tre articoli qualcosa si sarebbe smosso, sarebbe emerso lo scandalo e si sarebbe risolto tutto. Per me è stata una strategia, anche per tenere accesi i riflettori ed evitare che chi ama agire a fari spenti possa farlo con facilità. Per dire anche a ’ndranghetisti e mafiosi: “Se mi ammazzate, io ho già dichiarato tutto, è tutto agli atti, quindi i vostri avvocati non riusciranno a farmi screditare. Se mi ammazzate, anzi, fornite il riscontro a quello che ho detto”. In pratica, ho dovuto rispolverare le mie vecchie nozioni di ’ndranghetista, tornare a pensare come loro per capire in che modo potevo difendermi da loro, quali strategie adottare. Naturalmente non esistono ricette precise e devo abituarmi a rinunce, sacrifici, sofferenze, a non uscire da casa, se non in casi di estrema necessità.

La cosa che colpisce è che né Lei né i suoi familiari abbiate qualcuno che vi accompagni e protegga quando uscite di casa?

Sembra assurdo, ma è la verità. Non posso andare a prendere i miei figli a scuola, non ho la gioia di abbracciare mia figlia quando esce da scuola, di portarli al cinema, a mangiare una pizza, niente. Non ho alcuna protezione. A casa mia puoi salire e scendere quando vuoi e come vuoi, nessuno dirà niente. Coloro che mi dovrebbero proteggere li vedo solo pochi minuti, una volta a settimana, quando mi portano una parte di posta, perché l’altra me la consegna il postino, e raramente qualche verbale di comunicazione, visto che il grosso me lo portano i Carabinieri del luogo.

Non potrebbero consegnarle tutto direttamente loro?

Non lo so, ma a questo punto, paradossalmente, potrebbe consegnarmi tutto anche il postino (già pagato dallo Stato per questo). Di certo questi soldi sarebbe meglio darli a sociologi, educatori, psicologi, a tutti coloro che dovrebbero rieducarti, capendo che tu vieni da un’altra cultura e che non si può prendere una belva feroce e scaraventarla sulla pelle della società, così come se niente fosse. E se io avessi ripreso ad ammazzare o avessi fatto il falso pentito o trafficato armi come hanno fatto tanti altri? Bisogna agire non solo per la sicurezza dei collaboratori, ma anche per il bene della società. E così non va bene. Sono arrivato al punto di non andare a prendere i miei figli a scuola non solo per responsabilità verso di loro ma anche verso gli altri bambini. Perché penso che se mi ammazzano, magari un proiettile vagante può colpire uno di loro. Arrivi pure a fare questi ragionamenti in queste condizioni.

Ma anche gli altri collaboratori non hanno scorta? O è una cosa accaduta solo a Lei?

Ripeto che abbiamo la scorta solo quando svolgiamo attività giudiziaria, soltanto in servizio. Se trovate qualche collaboratore che ha la scorta ditemelo, perché allora vorrà dire che quello che sta succedendo a me è ancora più grave.

Come si spiega questa cosa, Bonaventura?

Penso che in Italia si sia passati da un eccesso all’altro. Prima ai collaboratori davano tutto: ville, milioni di euro, ecc. Adesso è successo il contrario, perché oltre ai collaboratori sinceri ci sono stati anche quelli che ci hanno speculato. E allora, come soluzione, si pensa di distruggere tutto. In Italia è così.

La ’ndrangheta non dimentica, questo si sa. Qual è stato il messaggio più evidente che le hanno fatto arrivare?

Voglio raccontare una cosa. Un giorno il giornalista Giovanni Tizian è venuto a casa mia. Viene con la scorta. Sta qui con me, mi intervista, parliamo, mentre la sua scorta rimane sotto casa mia e aspetta per una giornata intera. Quegli uomini armati, in teoria, potevano essere killer mafiosi. Nessuno ha detto niente. Qualche giorno dopo l’uscita del pezzo di Tizian, il 22 giugno 2012, mia moglie trova nella posta un proiettile con un’immaginetta. Nel gergo ’ndranghetistico, quando si manda una cosa simile, si vuol dire che il proiettile per te è pronto e che loro non hanno più niente da dirti. Ti resta solo di pregare (ecco il perché del santino). Da allora è passato un anno e mezzo, non mi arrivano più intimidazioni, perché non sono più una persona da intimorire. Hanno già deciso. Non si sa quando, come, se si dovrà scegliere il momento giusto, ma ormai per me il finale è deciso.

A meno che non la conducano lontano da Termoli, al sicuro.

Per forza. Vivo in un mandamento occulto, lo dico da quando denuncio tutto. Da qui inizia la storia di Ciancimino senior, che da qui prende i collegamenti con i servizi. Qui Angelo Izzo tortura e uccide barbaramente e seppellisce la moglie e la figlia del pentito Giovanni Maiorano, la cui protezione era affidata a questo stesso ufficio Nop. Lea Garofalo subisce il primo tentativo di omicidio a Campobasso. Qui viene trovato l’arsenale del falso pentito Felice Ferrazzo. Nel carcere di Campobasso alcuni si riuniscono per calunniare un signore come Enzo Tortora. Sempre a Campobasso, i falsi pentiti Di Dieco e Massimo Napoletano agiscono per screditare il collaboratore Antonino Lo Giudice. E sono ancora dei falsi pentiti (insieme ad alcuni importanti esponenti della ‘ndrangheta) a cercare di corrompere me, per screditare Lo Giudice, per accusare alcuni politici e per delegittimare Giulio Cavalli e alcuni magistrati. Non riuscendoci, tentano di ammazzarmi almeno per due volte, una ampiamente riscontrata. Tutto quello che sto dicendo è riscontrabile. Qui ci sono discariche di rifiuti radioattivi, ci sono stati incendi, ma nessuno dice niente, continuano a sostenere che sia una provincia tranquilla. Cosa deve succedere ancora? Questo è uno dei posti peggiori in cui potevano portarmi. Lo hanno fatto per controllarmi, istigarmi al suicidio o a ritrattare o farmi sparire. Perché solitamente i pentiti non si cerca di ammazzarli in pubblico, ma di adescarli in una trappola. La strategia migliore è di farli sparire o farli trovare impiccati, suicidi. Lo dico da ex ndranghetista: sai quanta gente muore in Italia per suicidi, incidenti stradali, overdose che in realtà sono omicidi?

Lei ha protestato ufficialmente, ha chiesto ufficialmente di essere spostato. Nessuna risposta?

È accaduta una cosa che non so spiegarmi. Nel febbraio 2012 mi ascolta la procura di Campobasso, successivamente vengo sentito da altre procure (quella di L’Aquila per 2 volte, poi quella di Bologna presso la Direzione Nazionale Antimafia davanti al dr. Pennisi, quella di Reggio Calabria ed altre, fino ad arrivare, qualche settimana fa, alla DIA di Roma ad incontrare il procuratore aggiunto di Catanzaro, Borrelli). Ma quella di Campobasso non mi chiama più. E pensare che la competenza per quel che riguarda questa mia situazione è proprio di Campobasso! Io dico: mi vuoi contestare? Oppure mi dai credito e andare avanti con le indagini riascoltandomi? Chiamami e ascoltami! La verità è che Bonaventura non deve creare un precedente, né riguardo al fatto di dargli la scorta né riguardo ad un altro fatto importante.

Quale?

Io qui ho ascoltato delle cose, subito delle cose e le ho denunciate. Quindi sono diventato un testimone. Io lamento che mi venga quantomeno riconosciuto lo status di testimone di giustizia, cosicché mi venga assegnata una tutela. Il 22 agosto 2012, ad un mese di distanza dalla richiesta presentata dal mio avvocato alla procura de L’Aquila, alla dott.ssa Picardi, mi viene detto, dalla Commissione centrale di Roma, che erano stati chiesti i pareri alla DDA di Catanzaro e alla Direzione nazionale antimafia. Da allora, nonostante le innumerevoli richieste mie e del mio legale, è passato un anno e mezzo e non mi hanno fatto ancora sapere quali siano i pareri. Nessuna risposta ad alcuna delle richieste: né a quella di avere la scorta né a quella di avere lo status di testimone di giustizia. Non è giusto.Vorrei almeno che mi si rispondesse, mi si dicesse che in base all’articolo tot la legge non lo prevede. Così dovrebbe essere. E invece trovo solo silenzio.

Qual è la situazione attualmente?

Allo stato attuale siamo così: a giugno scorso mi convoca il direttore del servizio centrale di protezione, il gen. Pascali, che mi sembra una brava persona. Dopo anni di lotta, egli concorda sul fatto che in Italia per me un posto sicuro non esista. Ricevo dopo una settimana un verbale di comunicazione dove mi si dice quali sono le località nelle quali posso andare all’estero e che ci sono accordi bilaterali ben avviati con diverse nazioni, e con alcune di queste, ovviamente non dico quali per riservatezza, sono un po’ più avviati. Mi hanno detto che forse entro l’anno si potrebbe concludere. Finalmente mi viene data ragione.

E quindi?

E quindi mi chiedo perché, se si riconosce che io in qualsiasi parte d’Italia sono in pericolo, non si procede subito con la sigla di questo accordo bilaterale? Oppue, nel frattempo, non si decidono a mettermi una scorta? Per loro la cosa si farà entro fine anno, se sarò ancora vivo o se i miei figli saranno ancora vivi. Vedi come ti portano a ritrattare o ad ammazzarti? Questa è una istigazione, un reato. Cosa devo dire di più? Il viceministro Bubbico non risponde. L’onorevole Farina (Sel), alla Camera, ha detto a Bubbico che il fatto che si doveva dare la scorta a Giulio Cavalli lo dava per scontato, ma soprattutto voleva sapere qualcosa in merito alla mia situazione. Giulio attualmente è protetto, ma ho paura che presto gliela toglieranno quella scorta, perché è solo un modo per far tenere la bocca chiusa a chi giustamente protestava e si preoccupava per lui. Come se dicessero: “Volete la scorta per Cavalli? Ok, eccovela. Ora tappatevi la bocca sul resto!”. E tra l’altro a Giulio hanno dato una scorta assurda, perché non ha una macchina blindata. Io dico: una persona è andata sotto casa a nascondere la pistola per ammazzarlo, ci sono due collaboratori che raccontano il progetto di morte della ‘ndrangheta e loro non gli danno nemmeno la macchina blindata? La stampa deve venire a verificare cosa accade qui. Io sono pronto ad essere screditato se non fosse vero ciò che dico e e sono pronto a chiedere a chiunque di pretendere a gran voce il mio arresto se quel che ho detto non è vero.

Un appello che rivolge solo alla stampa?

No, lo facciano anche le associazioni antimafia, perché è inutile piangere, dispiacersi il giorno dopo. Vorrei che in questo Paese si facesse l’antimafia del giorno prima, non quella della retorica e delle commemorazioni. Bisogna andare dalle persone prima. Proteggere un collaboratore di giustizia è far sì che non succeda un altro dramma a un’altra persona, un dramma profondo. Si chiede tanto la verità, ma se non funziona il programma di protezione, a quale verità vogliamo ambire? Il fatto che oggi io sia qua, da questa parte, è un successo della società, della giustizia. Oggi Bonaventura non ammazza, i suoi figli non ammazzeranno e non procreeranno assassini. Se io ho il dolore nel cuore dovrei sentirmi sollevato da una scelta simile e impegnarmi affinché quella scelta non venga sprecata. Penso a Giovanni Tizian, il quale si impegna, si applica tanto in questo ambito, perché il dolore lo ha colpito così da vicino, con l’omicidio del padre, che non vorrebbe mai che un altro crescesse senza papà, con quell’identico dolore. Io oggi devo guardarmi non solo dalle pistole, ma anche da altro. Perché non si ammazza solo con le pistole, ma anche in mille altri modi. Sai perché io non lascio mai sola casa mia? Perché ho il timore che in mia assenza possano mettermi qualcosa in casa, droga o qualche arma. Non mi fido di nessuno. Per questo da sette anni non lascio mai sola questa casa.

Fonte Massimiliano Perna -ilmegafono.org

Le falle del Servizio di Protezione

Il giorno dopo l’omicidio di Marcello Bruzzese – fratello di Girolamo, pentito di ‘ndrangheta – il ministro Matteo Salvini dichiarò: «…questo signore da oltre due anni e mezzo aveva chiesto di uscire dal sistema di protezione». In realtà, se un collaboratore di giustizia chiede di uscire dal programma di protezione molto spesso è perché questo risulta inadeguato alla protezione stessa. Un collaboratore di giustizia riceve uno stipendio mensile di circa 900 euro oltre alla possibilità di capitalizzare il suo impegno con la giustizia; è una specie di trattamento di fine rapporto come incentivo per ricominciare una nuova vita. Può essere capitalizzato a due anni, cioè senza la necessità di presentare alcuna documentazione (in questo caso percepisce il contributo mensile di mantenimento per 24 mesi più un importo forfettario di diecimila euro) oppure nella misura massima se c’è un progetto di reinserimento sociale (vale a dire il contributo mensile moltiplicato 60 più diecimila euro). Sotto protezione possono finire anche i familiari (ci sono 4915 congiunti a fronte di 1277 collaboratori) e in tal caso vengono aggiunti circa duecento euro per ogni familiare. Difficile immaginare perché mai un pentito dovrebbe rinunciare a tutto questo. Se non perché le falle in questo sistema sono molteplici. Cominciamo proprio dal caso Bruzzese.

Marcello Bruzzese viene assassinato il pomeriggio di Natale sotto casa sua in via Bovio 28 a Pesaro. Sul citofono c’era il nome del collaboratore, certo, ma non è quello l’unico errore. L’appartamento di via Bovio, 28 viene utilizzato dal Nucleo Operativo di Protezione come rifugio per collaboratori di giustizia da almeno vent’anni, sempre lo stesso. Si trova in una stradina secondaria, poco trafficata, dove il via vai di poliziotti dà parecchio nell’occhio. Infatti, ci dicono che in paese erano in molti a sapere della presenza di un pentito. E non da oggi e non solo in via Bovio. Di fronte al civico 28, poco più avanti, c’è un’osteria, «Da Sante». Ha una convenzione con le forze dell’ordine, per cui a pranzo e cena ha sempre qualche divisa come cliente. Non è un caso che i killer di Bruzzese abbiano aspettato la chiusura del suo ristorante per agire.

Un dettaglio spiega bene quanto fosse poco sicuro quell’appartamento. Nel ristorante «Da Sante» in passato hanno lavorato come camerieri un collaboratore di giustizia e il figlio di un collaboratore di giustizia. Ad entrambi era stato assegnato lo stesso appartamento di Bruzzese. Di uno ci dà conferma lo stesso proprietario del locale: «Sì, è vero. Ho saputo dopo che era il figlio di un collaboratore, quando andò via». Dell’altro abbiamo notizia direttamente dalla moglie del collaboratore che, per questioni di sicurezza, chiameremo Anita. La rintracciamo in Germania. Nel 1999 ha abitato nella stessa casa successivamente assegnata a Bruzzese. «Mio marito – oggi ex marito – chiese a Sante un lavoro. Ci ha lavorato per poco, poi siamo stati trasferiti. Gli alloggi per i pentiti sono sempre gli stessi. Ad Aosta ci diedero una casa in piazza Chanoux. Prima di noi c’era stato un collaboratore che durante il periodo di copertura aveva messo su un traffico di stupefacenti. Ricordo che alla nostra porta bussavano i narcos, che evidentemente non aveva pagato, chiedendoci di saldare il conto». Teoricamente, Anita e il marito erano sotto protezione.

Ancora più assurdo quello che capita a Maria, pentita di ‘ndrangheta. Da Rossano la trasferiscono in Toscana, a Lucca, con i suoi cinque figli, lontana dal clan che ha denunciato. Peccato che il proprietario dell’appartamento (che abitava al piano superiore) fosse del suo stesso paese, nipote di avvocati che – denuncia Maria ai magistrati – erano a libro paga della ‘ndrangheta. Nonostante tutto, il trasloco non avvenne subito. Il Servizio Centrale le fece sapere che da Roma non arrivavano i finanziamenti per pagare altri hotel. «Se vai nella provincia di Campobasso trovi mezza Crotone» ci dice un altro collaboratore calabrese. «I miei vicini di casa erano Lea Garofalo (testimone di giustizia, ndr), Felice Ferrazzo (capo della ‘ndrina Ferrazzo, ndr), altri con cui ero stato in carcere e, addirittura, rivali della mia famiglia. Per non considerare che quando sono stato trasferito a Termoli mi sono trovato i messaggeri della mia famiglia sotto casa: volevano che non facessi alcuni nomi».
In realtà molti comuni non vogliono collaboratori sul loro territorio perché li considerano forieri di problemi e avanguardia dei clan di appartenenza. Al punto che la Commissione centrale per la protezione si è rivolta alle prefetture sollecitandole a «…meglio sensibilizzare i comuni nella ricerca e nell’offerta di posti disponibili da destinare alle categorie protette», come si legge nella relazione al Parlamento sulle speciali misure di protezione del 2017.

Durante la collaborazione di Anita, lo stipendio le viene consegnato a mano. «Ogni mese vedevi questi agenti con la valigetta e la pistola nella fondina che entravano in casa. Davano nell’occhio e tutto il quartiere se ne accorgeva» ricorda Anita. Oggi lo stipendio del collaboratore viene accreditato su carte prepagate. L’anno scorso sono stati scoperti tre agenti del Viminale che dal 2009 al 2015 hanno sottratto somme (per oltre 500 mila euro) dalle carte dei collaboratori. «Sono carte utilizzabili solo per ritirare denaro al bancomat. Con i documenti di copertura che ti forniscono non puoi intestarti nemmeno una sim card per il telefono, figuriamoci un conto corrente» dice Luigi Bonanno, nome di copertura utilizzato quando era collaboratore di giustizia. Abita a pochi chilometri da Pesaro. Oggi è fuoriuscito dal programma ma ha ancora moglie e figli sotto protezione.

L’altro grande baco, infatti, riguarda i documenti. La sezione Documentazione e Cambio generalità del Servizio centrale di protezione può creare documenti di identità, patenti di guida, tessere sanitarie e codici fiscali. Sono tutti documenti che – eccetto il caso in cui si effettui un cambio di generalità, e questo avviene solo in pochi casi – non hanno corrispondenza anagrafica. «Significa che se qualcuno ti controlla non troverà niente di aderente alla tua attuale situazione – spiega Bonanno -. Quando sono andato a iscrivere mio figlio alla scuola calcio mi hanno chiesto il certificato di nascita. Ma al Comune dove risiedevo sotto copertura non risultavo né sposato né con figli. E’ chiaro che poi gli impiegati comunali fanno una ricerca e scoprono chi sei realmente».
Oggi si fa recapitare quello di cui ha bisogno presso la parrocchia di un sacerdote. Se deve ordinare qualcosa lo fa tramite lui. «Ho capito che la migliore protezione è quella che ti fai da solo. Provo a ragionare con la loro testa e cerco di prevenirli», rivela.

Maria ha una figlia disabile e percepisce una pensione di invalidità. Nel momento in cui inizia a collaborare con i giudici viene trasferita da Rossano a Pistoia. «Hanno solo chiesto all’Inps di accreditarmi la pensione a Pistoia ma nell’ufficio di Rossano sapevano dove la ritiravo». E infatti succede che poco dopo si ritrova il marito (che aveva denunciato in quanto boss del clan Acri – Morfù) sotto casa che cerca di convincerla a ritrattare. Maria è la principale testimone di operazioni importanti come Stige e Stop, quelle che hanno svelato i traffici dalla Calabria alla Germania e che hanno coinvolto politici e imprenditori (consentendo lo scioglimento di due comuni). Oggi dice: «Ai processi non andrò più a testimoniare». Chi sia realmente Maria e perché è arrivata a questa conclusione lo vedremo nella seconda parte.

Fonte Corriere

Collaboratore di Giustizia in pericolo.Dubbi sul servizio di protezione.

Pentito di mafia individuato in località protetta: “Il mio vicino di casa è del mio stesso paese”

Il collaboratore di giustizia Benito Morsicato ha rivelato a Fabrizio Capecelatro,direttore responsabile del giornale on line CiSiamo.info,di essere stato individuato nella località protetta in cui vive da poco più di mese, in quanto il Ministero dell’Interno ha affittato per lui una casa accanto a una persona del suo stesso paese di provenienza.

Ecco il suo racconto – intervista al direttore di Cisiamo.info:

“Ho paura perfino a stare in casa”. Esordisce così, al telefono, Benito Morsicato, ex affiliato del clan mafioso di Bagheria e oggi collaboratore di giustizia“Ero nel cortile condominiale della palazzina in cui vivo, quando mi sono sentito chiamare per nome: per istinto mi sono girato e ho visto un uomo che non riconoscevo. Lui però sì, lui riconosceva me…”

È sconvolto e arrabbiato allo stesso tempo Benito Morsicato e, proprio per questa rabbia, ha deciso di contattarmi per dirmi che non ce la fa più. Ha già lasciato in passato il Programma di protezione, ma poi ha sempre creduto alla promessa che potesse andare meglio, per se stesso, per sua moglie e per le sue due figlie, di 10 e 16 anni.

«Ho fatto bene – mi dice al telefono – quando, lo scorso 16 maggio, ho abbandonato il Programma di protezione e sono tornato a Palermo: lì, paradossalmente, mi sentivo più sicuro. Almeno i Carabinieri del posto mi conoscevano e cercavano di proteggermi come potevano».

A 20 chilometri da Bagheria, però, Morsicato è esposto a rischi che lo Stato non può far finta di non vedere. E così, proprio su suggerimento di quei Carabinieri che avevano tentato di proteggerlo, rientra nel programma di protezione e si trasferisce in una località protetta.

«A settembre 2018, il primo giorno di scuola, mia figlia torna a casa ancor prima che finisse l’orario scolastico: “Papà – mi dice – in classe con me c’è la nipote di Nicola Testa”»Nicola Testa, per chi non lo sapesse, è un boss mafioso proveniente proprio da Bagheria«Attualmente – spiega Morsicato – è detenuto anche grazie alle mie dichiarazioni».

«Inoltre – aggiunge il collaboratore di giustizia al telefono – frequentando il bar sotto la casa in cui il Ministero dell’Interno faceva alloggiare me e le mia famiglia, scopro che tutti sapevano che in quell’appartamento vivevano pentiti di mafia o loro parenti».

Come prevede il regolamento, Benito Morsicato comunica tempestivamente il tutto ai suoi referenti delle Forze dell’Ordine. Loro fanno le indagini e, alla fine, richiedono l’immediato trasferimento.

«Il 22 novembre sempre del 2018, dopo neanche un mese e mezzo dal mio rientro nel programma di protezione, ci trasferiscono quindi in una nuova località. Subito mi accorgo che la caldaia dell’appartamento in cui avremmo dovuto vivere non era sicura, in quanto vi erano evidenti perdite di gas. L’ho fatto presente agli agenti del Nucleo Operativo di Protezione (Nop), che più che promettere l’intervento di qualche tecnico non hanno fatto».

«Un giorno, nell’accendere la caldaia manualmente, c’è stato un ritorno di fiamma e quindi, preoccupato per l’incolumità mia e della mia famiglia, ho chiamato direttamente il Servizio Centrale di Protezione a Roma e da lì mi hanno autorizzato a contattare tempestivamente i Vigili del Fuoco. I miei sospetti non erano infondati: sono stati messi i sigilli all’intero impianto di riscaldamento della casa, perché non era a norma».

«A quel punto – continua Morsicato – i Nop, sollecitati dal Servizio Centrale di Protezione, mi chiedono di preparare subito le valigie e mi trasferiscono in una nuova località, la terza in 4 mesi». Lì inizialmente sembra, finalmente, andare tutto bene: «Ho solo dovuto sollecitare più volte l’iscrizione delle mie figlie a scuola, che in 4 mesi hanno frequentato pochissimi giorni visti i continui trasferimenti».

Benito Morsicato

Ora però Benito Morsicato ha scoperto che anche questa località, un piccolo paesino del Nord Italia, non è sicura per lui e per la sua famiglia«Una ventina di giorni fa, un signore che abita nel mio stesso palazzo, composto da soli 4 appartamenti, di cui peraltro uno è vuoto, suona il mio campanello. Per scrupolo e per diffidenza, faccio rispondere alla mia figlia più grande: era semplicemente un vicino di casa che, come gentilezza, voleva presentarsi ai nuovi condomini».

«In quell’occasione – chiarisce Morsicato – ho evitato di farmi trovare, facendo dire a mia figlia che noi genitori eravamo fuori casa. Noi collaboratori di giustizia meno legami stringiamo e meglio è».

«Ieri, però, ero nel cortile condominiale della palazzina in cui vivo, quando mi sono sentito chiamare per nome: per istinto mi sono girato e ho visto un uomo che non riconoscevo. Lui però sì, lui riconosceva me. Mi aveva riconosciuto già da diversi giorni, per questo era venuto a presentarsi a casa mia. Sapeva chi ero, chi ero stato e cosa avevo fatto, perché era del mio stesso paese, Bagheria».

«Fra l’altro – aggiunge Morsicato – ha lo stesso cognome di una persona a cui io stesso ho fatto estorsione: non so se siano parenti, ma ovviamente mi spaventa questa possibilità. Per questo ho deciso di denunciare, di dirlo di nuovo ai Nop, pur consapevole che probabilmente questo vorrà dire un nuovo trasferimento, per me ma soprattutto per le mie figlie».

«Ma è questo il modo di individuare una località per un Collaboratore di Giustizia?», si chiede il collaboratore Morsicato, che poi aggiunge: «Io non ce la faccio più: non posso continuare a trasferirmi, a cambiare casa, a far cambiare città scuola, amicizie alle mie figlie. In 4 anni e mezzo che sono collaboratore di giustizia ho già effettuato 10 trasferimenti, di cui 3 negli ultimi 4 mesi».

«Fra l’altro – prosegue Morsicato – continuano a trasferire in località della stessa regione, benché io abbia fatto più volte presente che non è una zona idonea in quanto conosco molte persone. Spero che ora, dopo il terzo trasferimento, ascoltino finalmente la mia istanza».

«Se non fosse per un Capitano della Guardia di Finanza, mio referente al Servizio Centrale di Protezione, lascerei di nuovo il programma per non rientrarci più. È l’unico che mi dà sostegno come uomo e come funzionario dello Stato».

«Per il resto – conclude Morsicato – credo che lo Stato non abbia più voglia di proteggermi: temo che questi continui errori rientrino in una tattica affinché, finiti i processi, noi collaboratori di giustizia ci stanchiamo e ce ne andiamo di nostra iniziativa dal programma di protezione».

Fonte Cisiamo.info

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