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Valeria Sgarlata e Ignazio Cutrò

Valeria Sgarlata risponde a Ignazio Cutrò:Collaboratori e testimoni pronti ad una tavola rotonda!

Le dichiarazioni rese dal super boss Giuseppe Graviano,in videoconferenza,ai giudici del Tribunale di Reggio Calabria,durante il corso dell’udienza «‘Ndrangheta stragista »,non potevano lasciare indifferenti i “Testimoni di giustizia e i Collaboratori di Giustizia

Bene a fatto,Ignazio Cutrò,ha denunciare pubblicamente – tramite Antimafiaduemila – la sua indignazione,marcando anche le “falle” di un sistema di protezione che non garantisce sicurezza e affidabilità per i protetti,quali:Collaboratori di Giustizia,come unica arma per sconfiggere la criminalità organizzata,e dall’altra dei Testimoni di Giustizia, come persone pronte a lottare per la legalità e supportare tutti i commercianti onesti.(qui l’articolo)

A rispondere al Presidente della Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia,Ignazio Cutrò,è direttamente Valeria Sgarlata,Presidente del Comitato Sostenitori Collaboratori di Giustizia,che intervistata dichiara quanto segue:

“In qualita’ di Presidente del Comitato Sostenitor CdG ringrazio Ignazio Cutro’ per l’ apertura nei confronti dei Collaboratori di giustizia,categoria spesso dimenticata,nonostante come afferma nella lettera pubblicata su antimafiaduemila (richiamando Giovanni Falcone),sia l’unica arma a disposizione dello Stato per neutralizzare la CriminalitàOrganizzata.

Purtroppo,continua Valeria Sgarlata,da dicembre ad oggi,a morire crivellati da proiettili o in un modo dubbio è proprio la Categoria dei Collaboratori,basta vedere gli ultimi avvenimenti (omicidio Bruzzese e Orazio), questi l’ennesima goccia di un sistema che non garantisce sicurezza nè ai testimoni,nè ai collaboratori,nè alle procure.

Non dobbiamo dimenticare – dichiara Sgarlata – che le famiglie e i figli dei collaboratori di giustizia,non sono diversi dai “figli e familiari” dei testimoni di giustizia, la sofferenza e la discriminazione non guarda CATEGORIE,colore o razza,ed è qui il “nodo cruciale” della questione:Diritto allo Studio e alla Salute, Diritto al Lavoro per i familiari con un adeguato inserimento nel mondo lavorativo,cambio generalità, capitalizzazione certa e soprattutto rispetto per la Dignita’ Umana,sono elementi di diritto costituzionale inviolabili.

Noi come Comitato saremo ben lieti di confrontarci con i Testimoni di Giustizia, per cercare di trovare dei punti comuni e un dialogo sui temi che riguardano entrambe le categorie,ma ora e subito!

Valeria Sgarlata e Ignazio Cutrò

Valeria Sgarlata e Ignazio Cutrò

È proprio ieri,a Napoli,si realizzava l’ennesimo annientamento di un “pentito”,con l’agguato al figlio,parliamo di Giuseppe,figlio del famoso ex camorrista Salvatore Torino,passato nelle file dello Stato nel 2008.(qui l’articolo)

Bisogna affrettarsi e non perdere tempo,soprattutto dopo le dichiarazioni di Graviano,con cui senza mezzi termini ha lanciato un segnale forte,ammettendo che dal 41 bis si hanno contatti con l’esterno!

Questa la sua dichiarazione in videoconferenza:

Buongiorno – ha detto il boss stragista, imputato nel processo assieme a Rocco Santo Filippone, rilasciando dichiarazioni spontanee – il signor Pennino lo ha incontrato qualche mese fa un mio familiare a Roma. E’ stato lui a farsi sentire. Quest’anno è successo. L’ha chiamato e gli ha detto: ‘Come stai? Se hai bisogno di qualche cosa sono disponibile. La stessa notizia mi è arrivata mentre io ero ad Ascoli Piceno, dove sono stato detenuto tra il 2014 e il 2017. Allora era assieme ad un’altra persona che poi ha fatto allontanare dicendo: ‘Questo è il poliziotto che mi scorta’. Quindi per farvi notare che da quando lo cercate è stato incontrato a Roma. A me interessa sentire Pennino per poter smentire, Spatuzza, Drago e quello che è stato scritto sull’ordinanza su Pennino. Quindi se per gentilezza, non so con chi dovete parlare. Se lei (rivolgendosi al Presidente) vuole sapere qualcosa di più preciso io mi posso informare e le farò sapere il punto dove è stato incontrato”. (qui l’articolo)

Maurizio Inturri

ComitatoCdg in Europa

Il COMITATO SOSTENITORI CDG riconosciuto in Europa

Non si ferma il Comitato sostenitori CdG,fondato da Luigi Bonaventura e Valeria Sgarlata (presidente dello stesso),che insieme a tante persone incensurate sta portando avanti un nuovo progetto di antimafia 3.0 in tutta Europa.

Il Comitato,oggi con numerosi sostenitori,iniziò con una semplice pagina Facebook a diramare notizie riguardanti i collaboratori di giustizia che vivevano nel silenzio,e purtroppo diseredati dalla società civile;ma oggi è diverso,si respira aria nuova e di rinnovamento.

Con impegno,ognuno porta supporto ai collaboratori di giustizia ed ai loro familiari (veri testimoni di legalità),sia in Italia che all’estero;avete capito bene,alcuni ex collaboratori si sono rifatti una vita all’estero,ma non per questo vivono bene!

Grazie al sito web creato dal Comitato (qui per vederlo),la pagina ufficiale Facebook (qui per seguirla) e il canale ufficiale di Youtube (qui per vedere i video),ognuno del team cerca di informare e diffondere la cultura dell’antimafia,senza dimenticare nessuno.

Luigi Bonaventura già da tempo aveva iniziato il percorso di informazione tramite interviste,ma oggi il fenomeno più incisivo della “criminalità organizzata”,dove la ‘Ndrangheta detiene il ruolo primario con la sua sede principale proprio qui in Italia,ha spinto giornalisti di tutta l’Europa a chiedersi il perché di questo fenomeno inarrestabile,così le interviste da una parte di Luigi Bonaventura rilasciate a giornalisti della Svizzera,hanno rotto il silenzio ovunque.

In Italia,Rainews,ha intervistato Bonaventura,altri collaboratori di giustizia ed alcuni ex,grazie a Giovanni Taormina,ha raccolto testimonianze importanti che hanno portato – purtroppo – anche all’ intimidazione dello stesso (leggi qui per approfondire).

Il comitato ha proseguito con le testimonianze riprese da RSI (RSI Radiotelevisione Svizzera),che ha visto il confronto,dopo le testimonianze di Bonaventura, tra Antonio de Bernardo, sostituto procuratore della divisione distrettuale antimafia di Catanzaro e Sergio Mastroianni, procuratore federale, responsabile per la lotta al crimine organizzato federale.

Omicidio Orazio Pino:I pentiti e i loro familiari perdono fiducia nello Stato

L’assassinio dell’ennesimo “pentito” Orazio Pino,ex killer di Cosa Nostra catanese,ha creato uno strappo di “fiducia” tra lo Stato,da parte, e i collaboratori di giustizia ed ex,dall’altra. Ma,in passato,anche il ministro dell’interno Salvini ci aveva messo di suo con le seguenti parole:”sono tanti i collaboratori di giustizia e i loro familiari”,ma cosa intendeva dire veramente con tale dichiarazione?

Non c’è voluto molto tempo per far traboccare un bicchiere già stracolmo di sangue;in pochi mesi, tra familiari di collaboratori di giustizia minacciati e assassinati,pentiti costretti a farsi le valigie più volte durante l’anno per essere trasferiti altrove,ed ex collaboratori costretti a fuggire all’estero per evitare di essere uccisi,il bicchiere si è versato!

Quello di Orazio Pino,malgrado non fosse conosciuto nella città in cui viveva come pentito (sic),ma come commerciante onesto,e timbrato per legge  solo nel 2016 da una interdittiva antimafia emessa dalla Prefettura di Genova in quanto “mafioso” –  un marchio indelebile – ,segue la strada di tante morti strane, come quelle che seguono:

  1. 13 aprile 2019,Domenico Cera, il cui cadavere era stata trovato in auto nella campagne di Ripoli di Mosciano (Teramo),causa:stroncato da un infarto;
  2. 26 dicembre 2018,Marcello Bruzzese, fratello di un pentito di ‘ndrangheta, ucciso in pieno centro a Pesaro il giorno di Natale, con decine di colpi di pistola,sotto protezione dal 2008!
  3. Gerardo D’Urzo, 51 anni, di Sant’Onofrio, che avrebbe dovuto testimoniare in video-conferenza da una località protetta nell’ambito di un processo Libra a Vibo, ma i magistrati egli avvocati hanno scoperto dopo 4 mesi che  era deceduto,come mai?
  4. Maria Concetta Cacciola, figlia del boss della ‘ndrangheta Gregorio Bellocco, madre di tre figli,fu trovata morta e successivamente si scoprì che la causa non era suicidio,ma era stata uccisa dai suoi familiari,perchè?
  5. 29 gennaio 1998,Anna Sodano,camorrista,voleva diventare collaboratore di giustizia e ne nacque un “cold case“;
  6. 3 dicembre 1994,Mario Scala,camorrista,voleva collaborare con lo Stato,spariti misteriosamente,chi sapeva?
  7. 18 marzo 2000,Gennaro Busiello,come Sodano e Scala,epurati è stato dichiarato,ma come è possibile che camorristi cantino al vento il pentimento?
  8. 18 marzo 2002,Giuseppe Schisa,come Sodano e Scala,epurato!

Potremmo continuare ma preferiamo fermarci,la scia di sangue è lunga quanto gli arresti e le condanne che hanno fatto emettere,per gli ultimi 4 della lista,invece,non scopriremo mai il loro contributo,purtroppo…

Ma l’aria di paura e insicurezza era nata dopo la seguente dichiarazione del ministro dell’interno Matteo Salvini:

All’ora,il ministro Salvini,quasi a giustificare l’accaduto (come si leggerà in alcune testate),sembrò sottolineare la richiesta del protetto, fatta anni prima,di fuoriuscire dal programma di protezione,ma anche l’ipotesi di non poter offrire a tutti sicurezza adeguata vista la mole dei “collaboratori di giustizia” e dei loro familiari.

Sarebbe d’obbligo chiedersi:se fosse vivo Giovanni Falcone,cosa ne penserebbe di tutto ciò?

Naturalmente lasciamo a voi le riflessioni del caso e naturalmente del video con le dichiarazioni del ministro!

Le paure,sempre messe in evidenza da varie testate e mass media che hanno intervistato diversi “collaboratori di giustizia”,e le varie richieste dell’aumento della protezione,sono state prese forse a cuor leggero?

Eppure lo sappiamo in tanti:

La mafia non dimentica!

Questa è una delle tante storie di mafia e ‘ndrangheta per cui collaboratori giornalistici e giornalisti sono tanti massacrati,questa è una delle tante storie di resistenza contro ogni forma di mafia!

Voi,cosa ne pensate?

Luigi Bonaventura

Adesso basta!Documenti e Garanzie a Luigi Bonaventura e alla sua famiglia!

Utilizzato come “strumento” e chiamato continuamente a “collaborare” dalle varie DDA,Luigi Bonaventura ha sempre rispettato i suoi impegni,fino a ieri in cui si è ascoltato per l’importantissimo processo “Gotha”,ma a sue spese e rischio pericolo,adesso lo Stato deve mantenere i suoi impegni:documenti nuovi con relativi certificati,sicurezza per la famiglia e tutto quanto è previsto per i “collaboratori di giustizia”.

Basta continuare a censurare ciò che Luigi Bonaventura,ex boss di ‘ndrangheta ma da anni “collaboratore di giustizia“,sta facendo per lo Stato a sue spese,rischio e sicurezza;14(quattordici) procure lo hanno dichiarato sempre attendibile e se pur risulta fuori programma il Bonaventura continua a collaborare,ma a quale prezzo?

Questa è una delle tante domande scomode

che nelle varie interviste non viene posta!

Accompagnato da una piccola scorta,raggiunge spesso i luoghi segreti dove deve rendere le sue testimonianze a proprie spese,aggiungendo a queste le spese legali del proprio avvocato,senza contare i rischi che fa correre alla propria famiglia.

Perchè le varie DDA chiedono la sua collaborazione,se è stato messo alla finestra dal programma?

Questa è la domanda chiave che esige una risposta concreta dalle istituzioni,questa è informazione e cultura per chi – ancora oggi – denigra,minaccia,discrimina e censura il buon nome di Luigi Bonaventura!

Le minacce arrivano anche a Luigi Bonaventura

Per noi del ComitatosostenitoridirittiCDG è chiaro che Luigi Bonaventura è un collaboratore di giustizia,non può essere altrimenti visto che viene chiamato a rendere dichiarazioni su importanti processi come il “GOTHA”.

Ma le istituzioni sembrano aver fermato il tempo “su quella legge proposta e in vigore grazie a Giovanni Falcone“,ed allora ci chiediamo:perchè insegniamo e sbandieriamo al mondo che in Italia “nessuno è sopra la legge”,se non viene applicata la L. 15 marzo 1991 n. 82,successivamente modificata dalla L.13 febbraio 2001 n. 45?

Perchè viene censurato che a Luigi Bonaventura e la sua famiglia (come previsto dalla legge),non viene assicurato tutto o in parte,anche intervistando DNA e Politici, quanto segue:

Al collaboratore viene inoltre assicurato: una sistemazione alloggiativa, il rimborso delle spese sostenute per i trasferimenti, per le spese sanitarie (quando non sia possibile avvalersi delle strutture pubbliche ordinarie) e per l’assistenza legale, oltre ad un assegno di mantenimento nel caso di impossibilità a svolgere attività lavorativa, affinché gli sia assicurata una condizione economica equivalente a quella preesistente. Sono anche previste misure di reinserimento sociale e lavorativo quali, per esempio, la conservazione del posto di lavoro o il trasferimento presso altre amministrazioni o sedi (se si tratta di dipendenti pubblici o privati), nonché il diritto a beneficiare di specifiche forme di sostegno alla propria impresa, il diritto a un nuovo posto di lavoro, anche temporaneo, con mansioni e posizione equivalenti a quelle che il collaboratore di giustizia ha perso in conseguenza delle sue dichiarazioni. (qui la legge e la spiegazione)

Noi del ComitatosostenitoridirittiCDG chiediamo ai vari giornalisti e alle forze politiche di chiarire lo status del “collaboratore di giustizia” Luigi Bonaventura e il perchè – come da legge sopra menzionata – il Bonaventura dovrebbe continuare a COLLABORARE!

Avranno apportato modifiche anche all’art.21?

 

 

Rosa Amato:donna ex camorrista,collaboratrice di giustizia,una delle tante!

Una ragazza,prima di pentirsi,che non pensava neanche lontanamente di diventare camorrista,ma una rissa in discoteca,l’uccisione del fratello e l’omertà della gente che ha lasciato gli assassini del fratello “impuniti”,hanno cambiato la sua vita.

Rosa Amato non è l’unica donna fra i “collaboratori di giustizia” che sostiene le forze dell’ordine e la magistratura,ce ne sono tante,ma la sua è la prima delle tante storie che racconteremo,grazie anche al libro di Fabrizio Capecelatro,direttore e giornalista di una nota testata,che in suo libro ha ripercorso le tappe,la storia e ciò che Rosa scriveva nel suo diario,Omissis 01 è il titolo del libro.

La storia di Rosa – come potete leggere sfogliando il libro – è una storia ancora oggi presente in ogni città di “mafia”,racconta,infatti,dell’omertà dei testimoni di fatti criminali e criminosi che non aiutando gli inquirenti e la magistratura,lasciano assassini liberi e impuniti, nel caso di Rosa Amato individuabili in alcuni esponenti del clan dei Casalesi.

E’ una storia attuale,in quanto tante donne tengono anche le retini dei clan,lo leggiamo nei vari quotidiani, ed è con questo mezzo che si fanno giustizia da soli a discapito di chiunque,raccogliendo scagnozzi e potere sul territorio, come Rosa e la sua famiglia hanno fatto fra la popolazione di Santa Maria Capua Vetere.

Ed è così che i sogni si infrangono,come quello di Rosa che si è ritrovata improvvisamente a passare da normale e onesta ragazza, fra l’altro con l’ambizione di diventare avvocato, a vera e propria criminale.

Ma è anche grazie a queste donne che lanciano segnali di “pentimento” e “aiuto nello Stato” che le cose cambiano,la sua storia è arrivata a tante donne,soprattutto quanto racconta le toccanti e stimolanti  memorie in cella,che qui rilanciamo con le parole di Fabrizio Capecelatro:

la vita da reclusa, la solitudine, la riflessione sulle proprie scelte, la ricerca di una seconda possibilità per sé e per sua figlia. È così, in quelle condizioni, che Rosa matura la decisione di dare una svolta alla propria vita, diventando collaboratrice di giustizia.

La forza delle “donne” nella svolta dei Collaboratori di Giustizia

Spesso e volentieri viene sottovalutata l’importanza e l’apporto che le consorti (mogli,fidanzate,conviventi) dei Collaboratori di Giustizia,possono dare nel favorire la svolta decisa nel cambiamento del proprio partner.

Ma,come sempre,è proprio in quel rapporto complicato e intrigante dove si risolvono quei problemi che vengono definiti “compliance“,cioè,dove si superano quelle barriere che altri o noi stessi non siamo riusciti a superare.

Sono tante le donne che raccontano il percorso che hanno affrontato per cambiare le vite alle loro famiglie, abbandonando criminali incalliti o,come in altri casi,aiutando i loro uomini a diventare “collaboratori di giustizia”.

Una di queste donne,in una nota intervista,ha raccontato:

Può essere affascinante avere il potere, non avere problemi economici e abitare belle case, ma non e’ questa la vita. La vita e’ vivere con dignità,con rispetto verso gli altri. Non siamo noi e non deve essere la ‘ndrangheta a decidere se qualcuno deve vivere o morire, o se devi lavorare dalla mattina alla sera per pagare il pizzo.

Per i quanti si domandano il motivo che li porta ad abbandonare la vita malavitosa,al primo posto c’è una scelta legata ai propri figli,una presa di coscienza maturata da ciò che hanno dovuto vivere nel corso degli anni oltre i beni materiali…

Continuando nell’intervista,sempre una di queste donne,ha dichiarato:

Abbiamo capito che non era quella la vita che volevamo e il futuro che volevamo offrire ai nostri figli.Abbiamo deciso di dare la libertà ai nostri figli di decidere chi essere e cosa volere fare della loro vita,non vivere una vita già strutturata.

In Calabria,soprattutto,racconta:

e’ normale stare in mezzo alle faide, parlare di omicidi e vendette

Al giornalista che chiede perchè altri non si uniscono a questo percorso,risponde:

le famiglie delle ‘ndrine si rendono conto che quella non e’ la loro vita e vorrebbero andare via, ma non glielo permettono,e sono costretti a osservare le regole che gli vengono imposte,altrimenti vengono ammazzati

Cosa consigliate a queste persone,chiede il giornalista nel corso delle intervista:

Sappiamo che non e’ facile,ma bisogna essere forti perchè ne vale la pena,i procuratori e le forze dell’ordine interverranno immediatamente perchè conoscono la situazione della Calabria

Oggi in Calabria si contano 200 Collaboratori di Giustizia con a seguito le loro famiglie;un eccellenza,non da poco,tra i collaboratori,un ‘baby pentito della ‘ndrangheta, che iniziò a collaborare da bambino – appena 12enne – dichiarando che andava in giro con il padre ndranghetista assistendo ad omicidi o traffici di droga.

Oggi quindicenne vive lontano dalla Calabria, in un luogo segreto e protetto, insieme a sua madre e ai due fratelli più piccoli di lui.

Maurizio Inturri

Collaboratori di giustizia, il rischio è che non collaborino più

Dopo l’omicidio di Marcello Bruzzese a Pesaro, molti sono i collaboratori di giustizia che stanno valutando di interrompere la loro collaborazione con lo Stato, perché si sentono traditi.

La Magistratura potrebbe perdere, da qui a breve, il fondamentale apporto di alcuni collaboratori di giustizia che hanno messo in piedi, e sostenuto in aula, molti dei principali processi alla criminalità organizzata. Il rischio che qualche pentito potesse decidere di interrompere la propria collaborazione era nell’aria già da un po’ di tempo: almeno da quando, a fine dicembre scorso, i legali dei collaboratori di giustizia coinvolti nel processo Aemilia avevano protestato affinché si sbloccassero i rilasci delle identità che ne avrebbero coperto la segretezza.

I pentiti del processo Aemilia

Le dichiarazioni nelle aule del Tribunale di Bologna del boss Nicolino Grande Aracri, che avrebbe accusato i collaboratori di giustizia di essere bugiardi, ha lasciato dell’inquietudine in coloro che avrebbero dovuto testimoniare al processo Aemilia.

Circostanze chiare sono emerse durante l’udienza del 28 dicembre scorso, durante la quale, presumibilmente per paura, molti collaboratori di giustizia hanno tentato di non ripetere quanto avevano precedentemente raccontato negli interrogatori. Tanto è vero che gli avvocati degli imputati hanno cercato di smontare l’attendibilità delle loro rivelazioni.

Le paure dei pentiti del processo Aemilia

Lomicidio a Pesaro di Marcello Bruzzesefratello di un collaboratore di giustiziaha poi contribuito a far aumentare le loro paure.

L’avvocato Luigi Li Gotti, che in passato seguì pure i pentiti Tommaso Buscetta, Giovanni Brusca e Francesco Marino Mannoia, e che ora assiste il collaboratore di giustizia Giglio, ha recentemente dichiarato: «Bisogna sbloccare il rilascio dell’identità di copertura, al momento chiesta da alcuni e non ottenuta neppure in via provvisoria. Ma dev’essere la politica, non il Servizio centrale operativo, a intervenire. Attraverso un altro nome, anche dopo un piccolo incidente stradale, ci si rifà al certificato penale che riporta i precedenti. Così tutte le parti vengono a sapere di chi si tratta. Serve una modifica».

L’avvocato Adriana Fiormonti, che segue il pentito Muto, non vuole invece parlare di paura: «Muto ha fatto una scelta. Lo ha ripetuto anche a Brescia. La sua decisione rimane confermata». Anche se non si esime dal dire: «Dopo aver fatto una scelta di vita, sentirsi esposti ha un effetto deflagrante».

Il caso di Massimo Stupore

È del 14 gennaio scorso la lettera-denuncia alla testata Diario1984 del collaboratore di giustizia Massimo Stupore, estromesso dal programma di protezione, in cui denuncia senza mezzi di termini che lo Stato lo ha condannato a morte.

Nella lettera-denuncia dell’ex collaboratore di giustizia Massimo Stupore, ex affiliato al gruppo Bottaro-Attanasio, si legge: “Volevo informare tramite il vostro giornale sia i magistrati che le forze dell’ordine che a giorni farò ritorno a Siracusa perché non ho altri posti dove andare. Sono consapevole dei rischi cui vado incontro perchè so che alcune persone, che conosco, che sanno impugnare una pistola, sono in grado di uccidere una persona”.

Gli altri collaboratori di giustizia

Massimo Stupore non è l’unico collaboratore di giustizia a cui lo Stato ha revocato il programma, infatti un’altra ex collaboratrice, che per segretezza chiameremo Maria, non è stata riammessa al programma, ma lo Stato vuole obbligarla a testimoniare in un processo per ‘ndrangheta.

Inoltre, anche Luigi, un altro collaboratore di giustizia della ‘ndrangheta, un personaggio di spicco che ha collaborato e tuttora collabora con molte Procure italiane, sta valutando di interrompere la sua collaborazione con la giustizia. Una giustizia che ne risentirebbe non poco se tutti costoro interrompessero il loro percorso di collaborazione.

di Maurizio Inturri

Fonte Cisiamo.info

Quanti sono i pentiti a rischio?

Erano le 07.15 del 28 dicembre 2018,quando l’Adnkronos,pubblicava un articolo per metter in guardia lo STATO che molti pentiti erano a rischio!

Il 26 dicembre,infatti,a Pesaro,veniva freddato Marcello Bruzzese,fratello di un pentito di ‘ndrangheta,e non a caso nel giorno di Natale.

Aveva 51 anni ed è stato crivellato di colpi da due killer mentre stava parcheggiando la sua auto nel centro della cittadina.

Da quanto si è saputo successivamente,grazie alla testimonianza di una congiunta di un collaboratore di giustizia,che ha vissuto proprio in quell’appartamento in cui viveva Marcello,lo stabile ospiterebbe persone sottoposte a programma di protezione:collaboratori o testimoni di giustizia e loro congiunti.

La donna, che ora vive fuori dall’Italia e preferisce mantenere l’anonimato, raccontò al sito ‘CiSiamo.info’ la propria testimonianza,che qui riportiamo.

“Sono sconvolta. Questa tragedia – dice – si poteva evitare”. E ciò “perché in quell’alloggio, al numero 28 di via Bovio a Pesaro, avevo già vissuto io sotto protezione nel 1999 e, prima di me, già ci avevano vissuto altre persone sottoposte al programma di protezione”. Già nell’aprile del 1999, racconta, “tutti sapevano che quell’appartamento era stato preso in affitto dal Ministero dell’Interno. Tanto che io raccontavo a tutti di essere la figlia di un magistrato, in modo da dissimulare i sospetti”. “In realtà – continua – io in quell’appartamento mi ero trovata molto bene e, autorizzata dal Servizio Centrale di Protezione, avevo anche trovato lavoro il venerdì e il sabato sera in una pizzeria lì vicino”. La donna comunque fu poi trasferita in un altro alloggio: “Mi dissero che Pesaro non era una città sicura, in quanto c’era il Centro di Addestramento Reclute (Car) dell’Esercito e quindi andavano e venivano ragazzi di qualsiasi provenienza, anche del Sud Italia, e io potevo essere riconosciuta”.

Diceva Matteo Salvini,ai cronisti,a proposito dell’episodio:

Se qualche mafioso rialza la testa, giù mazzate, perché mafia, ‘ndrangheta, camorra sono merda e finché sarò ministro dell’Interno e mi occuperò di pubblica sicurezza li inseguirò via per via, quartiere per quartiere, palazzo per palazzo, ma non a chiacchiere, ma arrestando e sequestrando”.

Continuando il Vice Premier,dichiarava:

“Arrestando e sequestrando non io direttamente ma mettendo le forze dell’ordine, dotandole di più soldi, uomini e mezzi, in condizione di arrestare, sequestrare, confiscare e combattere la mafia da Nord a Sud.E’ mio dovere, ma è anche mio piacere farlo, presiederò il comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza, perché se c’è puzza di mafia, di ‘ndrangheta, di camorra, se c’è qualcuno che muore per colpi di pistola in pieno centro in una città tranquilla come Pesaro, è mio dovere esserci, analizzare la situazione a Pesaro e nelle Marche”.

Adnkronos,scriveva quanto segue:

La strage dei familiari dei collaboratori di giustizia non si è mai conclusa. L’elenco di madri, fratelli, figli, cugini ed amici dei collaboratori di giustizia uccisi è lunghissimo e continua ad allungarsi. L’ultimo dell’elenco è Marcello Bruzzese, fratello di un pentito di Ndrangheta ucciso nei giorni scorsi a Pesaro. Ma prima di lui altre centinaia sono stati uccisi platealmente oppure con suicidi camuffati. Il collaboratore che ha pagato il più alto prezzo è stato l’ex boss dei due mondi, Tommaso Buscetta che con le sue rivelazioni diede un colpo mortale a Cosa Nostra. Gli uccisero figli, fratelli, cognati, amici ma le sue rivelazioni consentirono di avviare il primo Maxiprocesso nei confronti di centinaia di mafiosi. E adesso, ad oltre 30 anni da quel Maxi processo quel piccolo drappello di pentiti, collaboratori e testimoni di giustizia sono diventati oltre 6 mila, un popolo che vive nel terrore e nella paura pensando ogni giorno che prima o poi loro stessi o loro familiari possono essere uccisi. E tra loro ci sono anche donne, che hanno deciso di dire basta, e persino un bambino di appena 12 anni.

Questo piccolo popolo di pentiti e testimoni di giustizia è sparso in tutto il territorio nazionale, dal nord al sud, molti hanno un’altra identità, si sono rifatti una nuova vita e vivono con i loro familiari. Molti altri sono usciti dal programma di protezione ottenendo una sorta di “liquidazione” dallo Stato, ma la maggioranza sono ancora sotto la protezione dello Stato che con centinaia di poliziotti del Servizio Centrale di Protezione cerca di proteggerli dandogli assistenza, procurandogli nuove identità, nuove abitazioni adoperandosi anche per trovargli un lavoro. Fonte Adnkronos

I pentiti di Cosa Nostra sono circa 300,seguono i collaboratori di giustizia della Camorra con oltre 600 pentiti,infine 130 circa quelli della ndrangheta e alla fine con poco meno quelli della Sacra Corona unita che supera il centinaio.

Alcuni fonti giornalistiche hanno dichiarato quanto segue:

In genere un “collaboratore di giustizia” ha uno stipendio di 1000-1.500 euro al mese, più altri 500 per ogni familiare a carico. A spese dello Stato ci sono anche gli affitti delle loro abitazioni, spese mediche ed altri benefit.

Noi del COMITATO CDG smentiamo tali su citate dichiarazioni!

Siamo a conoscenza di ex collaboratori di giustizia che attendono tutta o in parte la loro liquidazione come prevista dalla legge;molti degli ex collaboratori ancora sono chiamati a testimoniare e ad essere interrogati per supportare indagini,pagando di tasca proprio:spese legali,viaggi,vitto e alloggio,senza scorta ecc ecc;inoltre molti sono stati costretti ad abbandonare il “programma di collaboratore” perchè lo Stato non gli forniva l’assistenza per i figli disabili e i pochi soldi,che su vengono chiamati “stipendio”,non gli permettevano di curare i loro figli!

Seguite il nostro sito per scoprire la verità!

Oseghale e Pamela

Caso Pamela.Collaboratore di giustizia minacciato!

Un collaboratore di giustizia senza protezione ha la mafia alle costole,ma viene a conoscenza della neonata mafia nigeriana che avrebbe ucciso la giovane Pamela e decide di collaborare anche su questo caso.

Adesso ha due mafie che lo vogliono morto, ma non è tutto.

“Oseghale disse a mio marito che se lo avesse aiutato gli avrebbe fatto arrivare 100mila euro da Castel Volturno. Oseghale gli propose di fare da testimone in sua difesa. Avrebbe dovuto testimoniare che Pamela era morta di overdose”.

Leggete questo articolo, vedrete che tutto è nascosto!

Noi siamo per la legalità!

 

La ‘Ndrangheta mi vuole morto

Terza e ultima parte dell’intervista a Luigi Bonaventura, ex boss della ‘Ndrangheta e ora collaboratore di giustizia. Nonostante il programma di protezione, che per Bonaventura viene osteggiato da una certa classe politica, non è assolutamente garantita la sua sicurezza

Terza e ultima parte dell’intervista esclusiva a Luigi Bonaventura, ex reggente della famiglia crotonese Vrenna-Bonaventura, oggi collaboratore di giustizia. In quest’ultima parte con Bonaventura affrontiamo il momento della sua dissociazione dalla famiglia – suo padre cercherà per due volte di ucciderlo – e dei suoi anni da collaboratore di giustizia.

Grazie al programma di protezione, Bonaventura con la sua famiglia è stato trasferito dapprima a Termoli, nel Molise. Qui – nonostante mimetismo e anonimato fossero garantiti dal programma – viene rintracciato facilmente e avvicinato più volte per farlo ritrattare (Bonaventura collabora con 11 procure antimafia). Ma a Termoli viene anche minacciato. Secondo Luigi Bonaventura il programma di protezione potrebbe essere un’arma formidabile per la lotta alle mafie ma una certa classe politica sta facendo di tutto per osteggiarlo.

Ma c’è anche una certa diffidenza dell’opinione pubblica nei confronti dei “pentiti” che rallenta ulteriormente la collaborazione con la magistratura. Ma in questo senso, le cose sembrano lentamente cambiare. Una petizione rivolta al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, chiede maggior protezione per i collaboratori di giustizia. A causa della sua vicinanza agli inquirenti (grazie a Bonaventura oltre 250 persone sono oggi in prigione) la vita di Bonaventura e dei suoi famigliari è in costante pericolo.

Nel frattempo lui e la sua famiglia hanno cambiato città, ma vivono sempre in Italia. Da tempo chiede però di essere trasferito all’estero.

fonte Tvsvizzera.it

I bambini soldato calabresi

Viaggio nella ‘Ndrangheta con la testimonianza del collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura, già reggente della famiglia più potente di Crotone. Intervista esclusiva (prima parte)

Luigi Bonaventura, oggi 43enne, vive in una località segreta in Italia con la moglie, due figli, i suoceri e 2 cognati. Dal 2001 al 2005 è stato alla testa della cosca crotonese Vrenna-Bonaventura, una delle più importanti in Calabria. A 34 anni, da reggente della famiglia, decide di dissociarsi. Per questa scelta, il padre cerca per ben due volte di ucciderlo. Due anni dopo, nel 2007, diventa collaboratore di giustizia e viene ammesso al programma di protezione.

Con tutta la famiglia viene inizialmente trasferito a Termoli (Campobasso). Nuovi documenti, nuova identità. Ma la cittadina non garantisce la sua sicurezza: si trova infatti ai confini del triangolo dove si incontrano Sacra corona unita pugliese, Camorra napoletana e ‘Ndrangheta calabrese. A Termoli viene più volte avvicinato (per convincerlo a ritornare in famiglia) e più volte viene minacciato di morte.

Per questione di sicurezza, Bonaventura ha chiesto piu volte di essere trasferito all’estero e sebbene vi sia una decisione positiva, attende ancora il trasferimento. Nel frattempo però non vive più a Termoli. Con tutta la famiglia, da poco più di un mese, è stato spostato in una località segreta.

Il servizio, parte prima: l’addestramento

Primogenito e nipote di uno dei boss più influenti della ‘Ndrangheta, Luigi Bonaventura è stato educato per diventare il numero uno. In questa prima parte (ne seguiranno altre due), ci racconta della sua infanzia e del severo addestramento militare cui è stato sottoposto. Un’infanzia rubata la sua, trascorsa in mezzo alle armi e tra tanta violenza e brutalità. Fino ad arrivare ai suoi 19 anni, quanto partecipa alla strage di Piazza Pitagora: 3 uomini vengono uccisi nella piazza principale di Crotone.

L’evento segnerà la svolta della famiglia Vrenna-Bonaventura, che dopo un ventennio trascorso nell’ombra, ritornerà ad essere la principale famiglia di Crotone.

fonte Tvsvizzera.it

L’antimafia reale,il pentito Bonaventura nel “comitato collaboratori di giustizia”

TERMOLI. Sono trascorsi sette anni e alcuni giorni da quel 26 gennaio 2012 che rappresentò una data spartiacque per la gestione dei collaboratori di giustizia inviati in Molise e sulla costa Adriatica, in particolare.

Quel giorno, infatti, pubblicammo l’appello della moglie di un ‘pentito’, che negli anni successivi, sino al trasferimento in un’altra località, ingaggiò una dura battaglia di civiltà con gli Organi dello Stato, denunciando le condizioni di abbandono nell’ambito del programma di protezione per coloro che si dissociano dalla criminalità organizzata.

Luigi Bonaventura, all’epoca 40enne, ebbe il coraggio di affermare che, «I collaboratori di giustizia non si sentono più al sicuro. I cosiddetti pentiti, persone una volta esponenti di spicco della malavita organizzata, ora sotto un programma di protezione garantito dallo stato, che li fa vivere con identità diverse e segrete in luoghi lontani da quelli di origine, come Termoli, ad esempio, denunciano l’abbandono da parte delle istituzioni e la presenza di talpe nell’organizzazione. Voglio che si sappia tutto quello che a Termoli accade e che i politici e le istituzioni molisane tengono nascosto. Mio marito ha denunciato lo scorso 22 novembre 2011 talpe nel programma di protezione che hanno portato ad organizzare attentati verso di lui e la nostra famiglia. Ci sono delle cosche affiliate alla ‘Ndrangheta davvero agguerrite su questo litorale adriatico. La Procura di Catanzaro afferma di aver ritrovato numerosi riscontri a riguardo, ma si sappia, omettono la verità agli abitanti molisani e abruzzesi. Questi territori e le loro genti stanno correndo dei seri pericoli, arrivando anche a mettere il bavaglio alla stampa».

A distanza di sette anni, dunque, che cosa è cambiato?

Grazie allo stesso Luigi Bonaventura, che ha espiato le sue colpe, scontando anche le condanne nel frattempo, maturate per le ammissioni e le assunzioni di responsabilità fatte nel periodo di pentimento, che oggi vive altrove e in una condizione di totale liceità e onestà, siamo venuti a sapere della nascita di un comitato sostenitori dei collaboratori di giustizia, che da anni è diventato una realtà esso composto da iscritti e sostenitori di svariate categorie: avvocati, giornalisti, collaboratori di giustizi, attivisti e gente comune…

«E’ una finestra per i famigliari di tutti i denuncianti, famigliari che spesso pagano colpe, solitudine, discriminazione, violazioni di diritti, per avere l’unica colpa di sostenere e stare vicino con sacrifico a chi denuncia. Famigliari, donne, bambini, esseri umani che sono diventati persone senza volto e senza voce, quando invece sono la vera forza dei denuncianti. Come per ultimo dimostra anche l’omicidio di Pesaro dove tutti parlano di tutto tranne che pensare a come stanno e che ne sarà di quella moglie e di quei figli adesso. Quale è stata la loro colpa? Oltre al lato umano, il comitato è una forma di antimafia reale dove nel sostenere i collaboratori di giustizia protegge uno strumento punta di diamante (collaboratori di giustizia e denuncianti vari) nel vero contrasto alle mafie e collusioni varie».

Come dice il pentito Bonaventura: «sostenere un collaboratore e i loro famigliari, è dare uno schiaffo ai vari boss di ndrangheta, mafia, camorra, corrotti e derivati vari. Questa è anche fare vera antimafia!”

Lo stesso afferma :

“ chi odia i pentiti i denuncianti o è un mafioso, un colluso o una vittima del non sapere.” “Un giorno la paura bussò alla porta, il coraggio si alzò e andò ad aprire e vide che non c’era nessuno. (M.L.K.)”

Di recente, il tenace e mai domo Procuratore nazionale antimafia De Raho ha rilasciato diverse dichiarazioni in cui evidenzia come l’unico vero strumento di contrasto alle mafie sono i pentiti e in più, dove dice che il programma protezione non funziona.

Luigi Bonaventura e la sua famiglia hanno lasciato Termoli il 2 luglio 2014, e a distanza di 4 anni e mezzo vuole inviare un saluto a Termoli e al Molise, sempre nel loro cuore e «a tutti quei termolesi e molisani che ci sono stati vicini e ancora lo sono».

di Emanuele Bracone 

fonte Termolionline

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