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Rosa Amato:donna ex camorrista,collaboratrice di giustizia,una delle tante!

Una ragazza,prima di pentirsi,che non pensava neanche lontanamente di diventare camorrista,ma una rissa in discoteca,l’uccisione del fratello e l’omertà della gente che ha lasciato gli assassini del fratello “impuniti”,hanno cambiato la sua vita.

Rosa Amato non è l’unica donna fra i “collaboratori di giustizia” che sostiene le forze dell’ordine e la magistratura,ce ne sono tante,ma la sua è la prima delle tante storie che racconteremo,grazie anche al libro di Fabrizio Capecelatro,direttore e giornalista di una nota testata,che in suo libro ha ripercorso le tappe,la storia e ciò che Rosa scriveva nel suo diario,Omissis 01 è il titolo del libro.

La storia di Rosa – come potete leggere sfogliando il libro – è una storia ancora oggi presente in ogni città di “mafia”,racconta,infatti,dell’omertà dei testimoni di fatti criminali e criminosi che non aiutando gli inquirenti e la magistratura,lasciano assassini liberi e impuniti, nel caso di Rosa Amato individuabili in alcuni esponenti del clan dei Casalesi.

E’ una storia attuale,in quanto tante donne tengono anche le retini dei clan,lo leggiamo nei vari quotidiani, ed è con questo mezzo che si fanno giustizia da soli a discapito di chiunque,raccogliendo scagnozzi e potere sul territorio, come Rosa e la sua famiglia hanno fatto fra la popolazione di Santa Maria Capua Vetere.

Ed è così che i sogni si infrangono,come quello di Rosa che si è ritrovata improvvisamente a passare da normale e onesta ragazza, fra l’altro con l’ambizione di diventare avvocato, a vera e propria criminale.

Ma è anche grazie a queste donne che lanciano segnali di “pentimento” e “aiuto nello Stato” che le cose cambiano,la sua storia è arrivata a tante donne,soprattutto quanto racconta le toccanti e stimolanti  memorie in cella,che qui rilanciamo con le parole di Fabrizio Capecelatro:

la vita da reclusa, la solitudine, la riflessione sulle proprie scelte, la ricerca di una seconda possibilità per sé e per sua figlia. È così, in quelle condizioni, che Rosa matura la decisione di dare una svolta alla propria vita, diventando collaboratrice di giustizia.

La forza delle “donne” nella svolta dei Collaboratori di Giustizia

Spesso e volentieri viene sottovalutata l’importanza e l’apporto che le consorti (mogli,fidanzate,conviventi) dei Collaboratori di Giustizia,possono dare nel favorire la svolta decisa nel cambiamento del proprio partner.

Ma,come sempre,è proprio in quel rapporto complicato e intrigante dove si risolvono quei problemi che vengono definiti “compliance“,cioè,dove si superano quelle barriere che altri o noi stessi non siamo riusciti a superare.

Sono tante le donne che raccontano il percorso che hanno affrontato per cambiare le vite alle loro famiglie, abbandonando criminali incalliti o,come in altri casi,aiutando i loro uomini a diventare “collaboratori di giustizia”.

Una di queste donne,in una nota intervista,ha raccontato:

Può essere affascinante avere il potere, non avere problemi economici e abitare belle case, ma non e’ questa la vita. La vita e’ vivere con dignità,con rispetto verso gli altri. Non siamo noi e non deve essere la ‘ndrangheta a decidere se qualcuno deve vivere o morire, o se devi lavorare dalla mattina alla sera per pagare il pizzo.

Per i quanti si domandano il motivo che li porta ad abbandonare la vita malavitosa,al primo posto c’è una scelta legata ai propri figli,una presa di coscienza maturata da ciò che hanno dovuto vivere nel corso degli anni oltre i beni materiali…

Continuando nell’intervista,sempre una di queste donne,ha dichiarato:

Abbiamo capito che non era quella la vita che volevamo e il futuro che volevamo offrire ai nostri figli.Abbiamo deciso di dare la libertà ai nostri figli di decidere chi essere e cosa volere fare della loro vita,non vivere una vita già strutturata.

In Calabria,soprattutto,racconta:

e’ normale stare in mezzo alle faide, parlare di omicidi e vendette

Al giornalista che chiede perchè altri non si uniscono a questo percorso,risponde:

le famiglie delle ‘ndrine si rendono conto che quella non e’ la loro vita e vorrebbero andare via, ma non glielo permettono,e sono costretti a osservare le regole che gli vengono imposte,altrimenti vengono ammazzati

Cosa consigliate a queste persone,chiede il giornalista nel corso delle intervista:

Sappiamo che non e’ facile,ma bisogna essere forti perchè ne vale la pena,i procuratori e le forze dell’ordine interverranno immediatamente perchè conoscono la situazione della Calabria

Oggi in Calabria si contano 200 Collaboratori di Giustizia con a seguito le loro famiglie;un eccellenza,non da poco,tra i collaboratori,un ‘baby pentito della ‘ndrangheta, che iniziò a collaborare da bambino – appena 12enne – dichiarando che andava in giro con il padre ndranghetista assistendo ad omicidi o traffici di droga.

Oggi quindicenne vive lontano dalla Calabria, in un luogo segreto e protetto, insieme a sua madre e ai due fratelli più piccoli di lui.

Maurizio Inturri

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