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Condoglianze ai familiari di Domenico Cricelli

Noi del Comitato Sostenitori dei Collaboratori di giustizia,ci stringiamo al lutto dei familiari di Domenico Cricelli,è difficile trovare le parole in questi momenti,quindi abbiamo pensato di esprimervi vicinanza con senno del poi..

Spesso la vita ci mette di fronte a prove che sembrano impossibili da affrontare, spesso la vita ci porta a chiederci il perché di tale prove, il perché di così grandi dolori. Spesso la vita ci fa inciampare in quella che sembrava una semplice strada dritta e ben asfaltata, ma che si rivela ricca di buche, insidie e ostacoli sui quali cadere. Oggi fa male, domani lo farà ancora e per sempre un pò di questo dolore rimarrà nel cuore.Ma, è la vita stessa a dare,regalare e togliere quel che ci da,Domenico ha dimostrato che cambiare si può e lottare (per ciò che conta),è un dovere!

Era il 12 luglio 2018,quando Domenico Cricelli, in audizione davanti a giudici e PM,in un processo in cui era imputato,dichiarò quanto segue:

«In queste condizioni morirò

e per questo vi chiedo di andare

in un posto in cui potermi curare».

Domenico era già gravemente malato,e già allora,lo stesso dichiarò che non gli venivano somministrate le cure..

Lo stesso,dichiarerà in quella audizione,ancora:

«Da quindici giorni attendo la somministrazione di farmaci indispensabili per me che non arrivano,io chiedo di essere processato da vivo e non da morto. Voglio andare in un posto in cui potermi curare ma se nessuno mi fa uscire morirò presto».

Si aggiunsero gli appelli dei suoi avvocati,Luigi Li Gotti, suo difensore insieme a Giuseppe Cichella, che rivolgendosi al tribunale (presidente Sergio Umbriano, a latere Lorenzo PrudenzanoEnrico Pompei) disse:

«Ricordatevi che l’imputato è affidato alla vostra tutela come detenuto e che la giustizia è umanità. Parliamo di un uomo che sta molto male e che chiede aiuto. Abbandonate il formalismo».

Ma chi era Domenico Cricelli?

Era fra i più attendibili collaboratori di giustizia dell’intera Calabria. Alcune sue dichiarazioni aspettano ancora, dopo anni, di essere adeguatamente valorizzate!

Deceduto all’età 51 anni, come collaboratore di giustizia,un male incurabile non gli ha dato scampo,eppure entrato nel programma di protezione nel 2004,teste prezioso per la Dda di Catanzaro le cui dichiarazioni sono state fondamentali per i processi:

  • “Dinasty-Affari di Famiglia”contro il clan Mancuso – la cui operazione è scattata nell’ottobre del 2003;
  • “Odissea” contro il clan La Rosa di Tropea – la cui operazione risale al settembre del 2006.

Le sue testimonianze sono state ritenute dai giudici più che credibili e attendibili, dando un aiuto prezioso agli inquirenti per fare luce sugli appalti ed i subappalti attorno alla costruzione del nuovo ospedale di Vibo Valentia,i quella che fu denominata inchiesta “Ricatto” della Procura di Vibo.

Cricelli aveva in particolare raccontato ai magistrati della Dda di Catanzaro di tangenti,riunioni in un residence di Briatico per spartirsi l’appalto legato alla costruzione del nuovo ospedale alla presenza di politici e imprenditori di primo piano.

Tali dichiarazioni,però,non furono valorizzate in quel processo rimasto alla Procura di Vibo,che vide il cambio di pm e collegi giudicanti,e che finì con prescrizioni e assoluzioni. 

Anche se le dichiarazioni di Domenico Cricelli,attualemte sono finite negli atti dei verbali dell’inchiesta “Black money”, dove lo stesso ha dettagliatamente spiegato i legami ed i rapporti di attuali personaggi politici di primo piano del Vibonese,anche tuttora in carica,non era forse così importante tentare di tutto per curarlo,questa è la storia dietro le quinte dei Collaboratori di Giusitizia!

Certamente l’Italia ricopre il primato delle disuguaglianze,Marcello Dell’Utri,ad esempio,detenuto dal 2014,quando diventò definitiva la sua condanna a sette anni per concorso esterno a Cosa nostra ha lasciato il carcere di Rebibbia,anche dopo essere condannato,soprattutto, per minaccia a corpo politico dello Stato, dopo la sentenza sulla “ Trattativa Stato – Mafia”,semplicemente perché era a :

“Rischio morte improvvista” – A incidere sulla decisione di concedere all’ex parlamentare il differimento della pena è la situazione del suo cuore: secondo i medici, infatti, l’ex politico siciliano poteva morire all’improvviso.

Questa è la “disuguaglianza” sulla vita,questo – forse – è il vero motivo per cui non riusciremo mai a sconfiggere la “criminalità organizzata”.

Un ringraziamento da parte del Comitato Sostenitori dei Collaboratori di Giustizia,

ai quanti si stanno stringendo attorno alla famiglia!

R.I.P. Domenico Cricelli

Il silenzio degli innocenti

Anni di lotte e battaglie,alcune,forse tante perse,e altrettante vinte,per aver riconosciuto il diritto della dignità umana,che spesso o forse sempre sfugge dagli obiettivi principali di chi ci governa.

Esistono “muri” che non si possono abbattere,anche se la nostra Carta Costituzionale non cita nessuna “censura” o meglio non menziona alcun “diritto di Stato” alla censura dell’informazione,eppure è così..

Durante i miei anni,anche se pochi,in cui mi occupo di inchiesta,di mafie,politica,massoneria e chi più ne ha più ne aggiunga,si sono riempite colonne di giornali fino a farne fiction e salotti in alcune trasmissioni,ma la verità su alcune forme di “giustizia gratuita” è mai uscita?

La risposta è no!

Nessuno può osare abbattere quel “muro di gomma”,eppure persone che contribuiscono con i loro racconti e testimonianze ad aiutare gli inquirenti nel corso degli indagini ne esistono tanti..

Esistono storie che soltanto chi lavora nell’ambito giornalistico può conoscere,ed io vorrei raccontarne una in particolare che riguarda una delle tante famiglie camorriste che ha deciso di uscire di quel giro sporco,fatto di omicidi,spaccio di sostanze stupefacenti,estorsioni e guerriglie..

La storia che sto per raccontare è vera ed inizia qualche anno fa,quando vengo contattato dal fratello di un collaboratore di giustizia,camorrista per famiglia e generazioni,che mi racconta la sua storia.

Non ha paura di nascondere il suo nome,scrive orgogliosamente di essere contro quel marciume di “camorra”,ma lo Stato gli ha revocato il programma di protezione e che vive insieme alla moglie e un bambino di 6 anni;mi racconta che per i pubblici misteri la collaborazione del fratello è un fatto storico e senza precedenti e che le informazioni fornite dal fratello faranno fare agli inquirenti diverse retate e infliggere centinaia d’anni di carcere a:killer,capi clan e delinquenti vari,insomma,i più sanguinari “camorristi” di Napoli finiscono all’ergastolo..

Ad un tratto,però,gli viene revocato il programma di protezione,fanno ricorso al Tar che ne decide la revoca,quindi impaurito cercano rifugio,sanno che qualcuno li cercherà,perché a “Napoli camorra” certe cose non si fanno.

Non ci stese molto a trovarli la camorra,furono minacce,violenze psicologiche,intimidazioni anche notturne perché sotto la loro abitazione sparavano colpi di pistola e gridavano “Siete una famiglia di pentiti, vi ammazzeremo tutti”,ed ancora mentre si trovano in strada mentre si dirigono o ritornano verso la scuola del figlio,a mezza bocca qualche passante camorrista gli sussurra: “Andate via, altrimenti vi ammazziamo”.

Nel frattempo sono passati due anni da quando gli hanno revocato il programma e solo dopo queste ultime intimidazioni,la procura pensa di riassegnarli ad un programma di protezione.

Nessuno osa chiedere,nessuno osa fare ipotesi,ma noi ci chiediamo:Fiammetta Borsellino che ha incontrato di persona “boss di Cosa Nostra” e che ha partecipato all’incontro voluto dal presidente della commissione antimafia ARS,Claudio Fava,ha ribadito quanto segue:

Nel corso del suo intervento Fiammetta Borsellino è tornata a chiedere risposte alle domande esposte in questi mesi: “Il 19 luglio mi era stato assicurato dal Ministro della Giustizia Bonafede che si sarebbe fatto promotore dell’apertura degli archivi del Sisde”. Fonte Antimafiaduemila

Stessa cosa,la dichiarano nel 25° anniversario della strage di via d’Amelio, Nunzia e Stefano Mormile,fratelli di Umberto, l’educatore penitenziario assassinato l’11 aprile 1990 mentre andava al carcere milanese di Opera, dove era stato trasferito.

“Nostro fratello Umberto è stata una vittima certificata del cosiddetto protocollo Farfalla, cioè quell’accordo segreto tra il Dap e i servizi per gestire le informazioni dei penitenziari di massima sicurezza. Umberto è stato testimone di ingressi, al carcere di Parma, di apparati dello Stato e di colloqui abusivi, illeciti e non registrati intercorsi tra i servizi segreti e boss della ‘Ndrangheta come Domenico e Antonio Papalia. In molte circostanze i boss ottenevano anche dei benefici non giustificati come permessi premio. Umberto aveva assistito a queste cose minacciando di raccontarli, questo lo ha esposto e per questo è stato ucciso, nell’aprile 1990. Con il suo delitto, per la prima volta, è comparsa la sigla della Falange Armata rivendicata attraverso una telefonata alla redazione ANSA di Bologna”.

Maurizio Inturri

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