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Le falle del Servizio di Protezione

Il giorno dopo l’omicidio di Marcello Bruzzese – fratello di Girolamo, pentito di ‘ndrangheta – il ministro Matteo Salvini dichiarò: «…questo signore da oltre due anni e mezzo aveva chiesto di uscire dal sistema di protezione». In realtà, se un collaboratore di giustizia chiede di uscire dal programma di protezione molto spesso è perché questo risulta inadeguato alla protezione stessa. Un collaboratore di giustizia riceve uno stipendio mensile di circa 900 euro oltre alla possibilità di capitalizzare il suo impegno con la giustizia; è una specie di trattamento di fine rapporto come incentivo per ricominciare una nuova vita. Può essere capitalizzato a due anni, cioè senza la necessità di presentare alcuna documentazione (in questo caso percepisce il contributo mensile di mantenimento per 24 mesi più un importo forfettario di diecimila euro) oppure nella misura massima se c’è un progetto di reinserimento sociale (vale a dire il contributo mensile moltiplicato 60 più diecimila euro). Sotto protezione possono finire anche i familiari (ci sono 4915 congiunti a fronte di 1277 collaboratori) e in tal caso vengono aggiunti circa duecento euro per ogni familiare. Difficile immaginare perché mai un pentito dovrebbe rinunciare a tutto questo. Se non perché le falle in questo sistema sono molteplici. Cominciamo proprio dal caso Bruzzese.

Marcello Bruzzese viene assassinato il pomeriggio di Natale sotto casa sua in via Bovio 28 a Pesaro. Sul citofono c’era il nome del collaboratore, certo, ma non è quello l’unico errore. L’appartamento di via Bovio, 28 viene utilizzato dal Nucleo Operativo di Protezione come rifugio per collaboratori di giustizia da almeno vent’anni, sempre lo stesso. Si trova in una stradina secondaria, poco trafficata, dove il via vai di poliziotti dà parecchio nell’occhio. Infatti, ci dicono che in paese erano in molti a sapere della presenza di un pentito. E non da oggi e non solo in via Bovio. Di fronte al civico 28, poco più avanti, c’è un’osteria, «Da Sante». Ha una convenzione con le forze dell’ordine, per cui a pranzo e cena ha sempre qualche divisa come cliente. Non è un caso che i killer di Bruzzese abbiano aspettato la chiusura del suo ristorante per agire.

Un dettaglio spiega bene quanto fosse poco sicuro quell’appartamento. Nel ristorante «Da Sante» in passato hanno lavorato come camerieri un collaboratore di giustizia e il figlio di un collaboratore di giustizia. Ad entrambi era stato assegnato lo stesso appartamento di Bruzzese. Di uno ci dà conferma lo stesso proprietario del locale: «Sì, è vero. Ho saputo dopo che era il figlio di un collaboratore, quando andò via». Dell’altro abbiamo notizia direttamente dalla moglie del collaboratore che, per questioni di sicurezza, chiameremo Anita. La rintracciamo in Germania. Nel 1999 ha abitato nella stessa casa successivamente assegnata a Bruzzese. «Mio marito – oggi ex marito – chiese a Sante un lavoro. Ci ha lavorato per poco, poi siamo stati trasferiti. Gli alloggi per i pentiti sono sempre gli stessi. Ad Aosta ci diedero una casa in piazza Chanoux. Prima di noi c’era stato un collaboratore che durante il periodo di copertura aveva messo su un traffico di stupefacenti. Ricordo che alla nostra porta bussavano i narcos, che evidentemente non aveva pagato, chiedendoci di saldare il conto». Teoricamente, Anita e il marito erano sotto protezione.

Ancora più assurdo quello che capita a Maria, pentita di ‘ndrangheta. Da Rossano la trasferiscono in Toscana, a Lucca, con i suoi cinque figli, lontana dal clan che ha denunciato. Peccato che il proprietario dell’appartamento (che abitava al piano superiore) fosse del suo stesso paese, nipote di avvocati che – denuncia Maria ai magistrati – erano a libro paga della ‘ndrangheta. Nonostante tutto, il trasloco non avvenne subito. Il Servizio Centrale le fece sapere che da Roma non arrivavano i finanziamenti per pagare altri hotel. «Se vai nella provincia di Campobasso trovi mezza Crotone» ci dice un altro collaboratore calabrese. «I miei vicini di casa erano Lea Garofalo (testimone di giustizia, ndr), Felice Ferrazzo (capo della ‘ndrina Ferrazzo, ndr), altri con cui ero stato in carcere e, addirittura, rivali della mia famiglia. Per non considerare che quando sono stato trasferito a Termoli mi sono trovato i messaggeri della mia famiglia sotto casa: volevano che non facessi alcuni nomi».
In realtà molti comuni non vogliono collaboratori sul loro territorio perché li considerano forieri di problemi e avanguardia dei clan di appartenenza. Al punto che la Commissione centrale per la protezione si è rivolta alle prefetture sollecitandole a «…meglio sensibilizzare i comuni nella ricerca e nell’offerta di posti disponibili da destinare alle categorie protette», come si legge nella relazione al Parlamento sulle speciali misure di protezione del 2017.

Durante la collaborazione di Anita, lo stipendio le viene consegnato a mano. «Ogni mese vedevi questi agenti con la valigetta e la pistola nella fondina che entravano in casa. Davano nell’occhio e tutto il quartiere se ne accorgeva» ricorda Anita. Oggi lo stipendio del collaboratore viene accreditato su carte prepagate. L’anno scorso sono stati scoperti tre agenti del Viminale che dal 2009 al 2015 hanno sottratto somme (per oltre 500 mila euro) dalle carte dei collaboratori. «Sono carte utilizzabili solo per ritirare denaro al bancomat. Con i documenti di copertura che ti forniscono non puoi intestarti nemmeno una sim card per il telefono, figuriamoci un conto corrente» dice Luigi Bonanno, nome di copertura utilizzato quando era collaboratore di giustizia. Abita a pochi chilometri da Pesaro. Oggi è fuoriuscito dal programma ma ha ancora moglie e figli sotto protezione.

L’altro grande baco, infatti, riguarda i documenti. La sezione Documentazione e Cambio generalità del Servizio centrale di protezione può creare documenti di identità, patenti di guida, tessere sanitarie e codici fiscali. Sono tutti documenti che – eccetto il caso in cui si effettui un cambio di generalità, e questo avviene solo in pochi casi – non hanno corrispondenza anagrafica. «Significa che se qualcuno ti controlla non troverà niente di aderente alla tua attuale situazione – spiega Bonanno -. Quando sono andato a iscrivere mio figlio alla scuola calcio mi hanno chiesto il certificato di nascita. Ma al Comune dove risiedevo sotto copertura non risultavo né sposato né con figli. E’ chiaro che poi gli impiegati comunali fanno una ricerca e scoprono chi sei realmente».
Oggi si fa recapitare quello di cui ha bisogno presso la parrocchia di un sacerdote. Se deve ordinare qualcosa lo fa tramite lui. «Ho capito che la migliore protezione è quella che ti fai da solo. Provo a ragionare con la loro testa e cerco di prevenirli», rivela.

Maria ha una figlia disabile e percepisce una pensione di invalidità. Nel momento in cui inizia a collaborare con i giudici viene trasferita da Rossano a Pistoia. «Hanno solo chiesto all’Inps di accreditarmi la pensione a Pistoia ma nell’ufficio di Rossano sapevano dove la ritiravo». E infatti succede che poco dopo si ritrova il marito (che aveva denunciato in quanto boss del clan Acri – Morfù) sotto casa che cerca di convincerla a ritrattare. Maria è la principale testimone di operazioni importanti come Stige e Stop, quelle che hanno svelato i traffici dalla Calabria alla Germania e che hanno coinvolto politici e imprenditori (consentendo lo scioglimento di due comuni). Oggi dice: «Ai processi non andrò più a testimoniare». Chi sia realmente Maria e perché è arrivata a questa conclusione lo vedremo nella seconda parte.

Fonte Corriere

Quanti sono i pentiti a rischio?

Erano le 07.15 del 28 dicembre 2018,quando l’Adnkronos,pubblicava un articolo per metter in guardia lo STATO che molti pentiti erano a rischio!

Il 26 dicembre,infatti,a Pesaro,veniva freddato Marcello Bruzzese,fratello di un pentito di ‘ndrangheta,e non a caso nel giorno di Natale.

Aveva 51 anni ed è stato crivellato di colpi da due killer mentre stava parcheggiando la sua auto nel centro della cittadina.

Da quanto si è saputo successivamente,grazie alla testimonianza di una congiunta di un collaboratore di giustizia,che ha vissuto proprio in quell’appartamento in cui viveva Marcello,lo stabile ospiterebbe persone sottoposte a programma di protezione:collaboratori o testimoni di giustizia e loro congiunti.

La donna, che ora vive fuori dall’Italia e preferisce mantenere l’anonimato, raccontò al sito ‘CiSiamo.info’ la propria testimonianza,che qui riportiamo.

“Sono sconvolta. Questa tragedia – dice – si poteva evitare”. E ciò “perché in quell’alloggio, al numero 28 di via Bovio a Pesaro, avevo già vissuto io sotto protezione nel 1999 e, prima di me, già ci avevano vissuto altre persone sottoposte al programma di protezione”. Già nell’aprile del 1999, racconta, “tutti sapevano che quell’appartamento era stato preso in affitto dal Ministero dell’Interno. Tanto che io raccontavo a tutti di essere la figlia di un magistrato, in modo da dissimulare i sospetti”. “In realtà – continua – io in quell’appartamento mi ero trovata molto bene e, autorizzata dal Servizio Centrale di Protezione, avevo anche trovato lavoro il venerdì e il sabato sera in una pizzeria lì vicino”. La donna comunque fu poi trasferita in un altro alloggio: “Mi dissero che Pesaro non era una città sicura, in quanto c’era il Centro di Addestramento Reclute (Car) dell’Esercito e quindi andavano e venivano ragazzi di qualsiasi provenienza, anche del Sud Italia, e io potevo essere riconosciuta”.

Diceva Matteo Salvini,ai cronisti,a proposito dell’episodio:

Se qualche mafioso rialza la testa, giù mazzate, perché mafia, ‘ndrangheta, camorra sono merda e finché sarò ministro dell’Interno e mi occuperò di pubblica sicurezza li inseguirò via per via, quartiere per quartiere, palazzo per palazzo, ma non a chiacchiere, ma arrestando e sequestrando”.

Continuando il Vice Premier,dichiarava:

“Arrestando e sequestrando non io direttamente ma mettendo le forze dell’ordine, dotandole di più soldi, uomini e mezzi, in condizione di arrestare, sequestrare, confiscare e combattere la mafia da Nord a Sud.E’ mio dovere, ma è anche mio piacere farlo, presiederò il comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza, perché se c’è puzza di mafia, di ‘ndrangheta, di camorra, se c’è qualcuno che muore per colpi di pistola in pieno centro in una città tranquilla come Pesaro, è mio dovere esserci, analizzare la situazione a Pesaro e nelle Marche”.

Adnkronos,scriveva quanto segue:

La strage dei familiari dei collaboratori di giustizia non si è mai conclusa. L’elenco di madri, fratelli, figli, cugini ed amici dei collaboratori di giustizia uccisi è lunghissimo e continua ad allungarsi. L’ultimo dell’elenco è Marcello Bruzzese, fratello di un pentito di Ndrangheta ucciso nei giorni scorsi a Pesaro. Ma prima di lui altre centinaia sono stati uccisi platealmente oppure con suicidi camuffati. Il collaboratore che ha pagato il più alto prezzo è stato l’ex boss dei due mondi, Tommaso Buscetta che con le sue rivelazioni diede un colpo mortale a Cosa Nostra. Gli uccisero figli, fratelli, cognati, amici ma le sue rivelazioni consentirono di avviare il primo Maxiprocesso nei confronti di centinaia di mafiosi. E adesso, ad oltre 30 anni da quel Maxi processo quel piccolo drappello di pentiti, collaboratori e testimoni di giustizia sono diventati oltre 6 mila, un popolo che vive nel terrore e nella paura pensando ogni giorno che prima o poi loro stessi o loro familiari possono essere uccisi. E tra loro ci sono anche donne, che hanno deciso di dire basta, e persino un bambino di appena 12 anni.

Questo piccolo popolo di pentiti e testimoni di giustizia è sparso in tutto il territorio nazionale, dal nord al sud, molti hanno un’altra identità, si sono rifatti una nuova vita e vivono con i loro familiari. Molti altri sono usciti dal programma di protezione ottenendo una sorta di “liquidazione” dallo Stato, ma la maggioranza sono ancora sotto la protezione dello Stato che con centinaia di poliziotti del Servizio Centrale di Protezione cerca di proteggerli dandogli assistenza, procurandogli nuove identità, nuove abitazioni adoperandosi anche per trovargli un lavoro. Fonte Adnkronos

I pentiti di Cosa Nostra sono circa 300,seguono i collaboratori di giustizia della Camorra con oltre 600 pentiti,infine 130 circa quelli della ndrangheta e alla fine con poco meno quelli della Sacra Corona unita che supera il centinaio.

Alcuni fonti giornalistiche hanno dichiarato quanto segue:

In genere un “collaboratore di giustizia” ha uno stipendio di 1000-1.500 euro al mese, più altri 500 per ogni familiare a carico. A spese dello Stato ci sono anche gli affitti delle loro abitazioni, spese mediche ed altri benefit.

Noi del COMITATO CDG smentiamo tali su citate dichiarazioni!

Siamo a conoscenza di ex collaboratori di giustizia che attendono tutta o in parte la loro liquidazione come prevista dalla legge;molti degli ex collaboratori ancora sono chiamati a testimoniare e ad essere interrogati per supportare indagini,pagando di tasca proprio:spese legali,viaggi,vitto e alloggio,senza scorta ecc ecc;inoltre molti sono stati costretti ad abbandonare il “programma di collaboratore” perchè lo Stato non gli forniva l’assistenza per i figli disabili e i pochi soldi,che su vengono chiamati “stipendio”,non gli permettevano di curare i loro figli!

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