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Germania.In pericolo ristoratori e i loro familiari a causa di un gruppo che si spaccia per la legalità

Molestie,minacce e istigazione alla violenza tramite facebook;questo è quello che succede, dall’Italia alla Germania, attraverso diversi gruppi facebook moderati senza regole!

 Sempre sopra le “regole” e mai in un clima di tranquillità,italiani stanno mettendo in serio pericolo ,tra minacce e istigazioni a “dare fuoco a ristoranti” o “incontrarsi per aggredire figli di ristoratori”,centinaia di famiglie italiane e ex collaboratori di giustizia tramite facebook,dove ultimamente “i giochi si trasformano in realtà”.

Falsificando post e informazioni,scrivendo pubblicamente che guardia di finanza tedesca (Zollamt),funzionari dell’ispettorato del lavoro (Arbeitsaufsicht) e altri funzionari sono nel loro gruppo,condizionando psicologicamente,in tal modo i malcapitati!

Sta accadendo mentre vi scriviamo,proprio dove i procedimenti:penali e civili, nei tribunali sono velocissimi e le forze dell’ordine hanno più autorità,stiamo parlando della Germania e della nazione della Merkel!

Ristoratori italiani e residenti da anni nel territorio tedesco,con un gruppo il cui nome parla da sè “Personale da evitare in Germania”,e dall’altra il gruppo “Ristoranti da evitare in Germania”, quest’ultimo gestito da una persona residente in Germania e da un siciliano che hanno creato delle regole ad hoc, come scrivono nelle informazioni interne fissate in alto:per commentarebisogna metterci nome e cognome” (come se questo non fosse un requisito di facebook),nome del locale e motivo della denuncia,avvisando i membri che se fanno la segnalazione in quel gruppo potrebbero essere non assunti da ristoratori, ma nel contempo di essere disonesti se non seguono le regole!

Regole gruppo

 

Naturalmente,i malcapitati non sono a conoscenza della trappola messa in atto dal gruppo!!

Ci sembra chiaro che il “gruppo” sia un’offesa alla Polizei e alla Zollamt (unici organi preposti) oltre che all’intelligenza umana,si può scambiare un post in denuncia a mezzo social?

Ma andiamo avanti..

Ristoranti da evitare germania

Se da una parte può essere accettabile tale tipo di regolamento,non capiamo a cosa serve creare e mantenere un gruppo chiuso che dal nome stesso,dovrebbe segnalare i ristoranti da evitare e le motivazioni.

Tutto questo ci fa supporre ben’altro ed è per questo che abbiamo condotto la nostra inchiesta…

Premesso quanto abbiamo scritto sopra,quello che abbiamo scoperto è incredibile..

infatti,il gruppo ha creato una black list di ristoratori (007 fai da te) con tanto di post che descrivono anche ipotesi di battibecchi durante le ore di lavoro,durante le pause e senza escludere qualche intimità tra innamorati,come ad esempio: “..chiedete allo chef come se la sbatte sul bancone della pizzeria“,oppure a qualche ristoratore garbato che si è rivolto agli amministratori per moderare il gruppo,in quanto alcuni post sono usciti tramite screen dal gruppo in questione,hanno risposto:”Lo sai perché i tuoi dipendenti non ti denunciano per sfruttamento? Perchè a fine mese ti usano per svuotare i testicoli“.

Sarebbe questo il gruppo “Ristoranti da evitare in Germania”? che se poi qualche ristoratore si arrabbia e gli scrive,loro sono pronti a istigare con un post come quello che segue..

Sicuramente tutto il mondo e paese,ma l’istigazione alla violenza e la denigrazione quella non va supportata da nessuno.

Se magari avessero creato un gruppo di denuncia contro le mafie e le criminalità organizzate,questioni che in termini di legge non sono previste dalle norme tedesche,oggi saremmo qui ad applaudirli e supportarli,ma questo gruppo non segnala locali,fa tutt’altro e lo fa a discapito di tanta gente onesta.

Le regole interne di questo gruppo,le istigazioni e le minacce,ci fanno pensare a quelle del famigerato “Blue whale”!!

Dalla lettura di questo articolo,è facile capire come non basta espatriare e a fatica rifarsi una vita in Germania,magari aprendo un ristorante,un bar o una gelateria;non basta che si prestino a far arrivare annunci di ricerca di personale ai disoccupati italiani,ma devono anche sentirsi minacciati e con la paura che qualcuno li aggredisca a causa di questi amministratori che istigano numerosi membri, di cui i gruppi social contano quasi 9.000 membri,seminando fake news e diffamazioni, creando ad hoc post falsi e pubblicando notizie che neanche un giornalista farebbe.

Non ci sembra lontana la verosomiglianza al Blue whale se qualcuno,fra l’altro,ha alzato il tiro pensando di creare un database dei dati personali e numeri di telefono privati dei ristoratori per molestarli,nonché denunciare ex collaboratori di giustizia a gruppi di calabresi,siciliani ecc..

Ispirandosi alla dottrina del Marxismo,questi amministratori,hanno immaginato che i ristoratori italiani,fossero tutti con ideologie riconducibili ad un sistema capitalistico,e quindi sfruttano i lavoratori pagandoli poco,dimenticando che le leggi in vigore nel paese tedesco sono ferree,e di questo anche gli scettici se ne sono accorti..

Tutto questo è made in Italy!

A cosa vanno incontro questi gruppi e in particolare quei gruppi che diffamano sui social?

Sicuramente il reato di diffamazione è la risposta più adeguata in base alle testimonianze e prove da noi raccolte,e a tal proposito riportiamo quanto segue:

il reato di diffamazione si verifica anche pubblicando su Facebook, o su altri social network, contenuti denigratori e lesivi della reputazione di una persona. L’interpretazione è relativa all’articolo 595 del codice penale che si è adeguato ai tempi e alle dinamiche del web. (continua a leggere..)

In Germania la punizione si configura in modo più grave,quindi meglio stare attenti e tenersi sempre aggiornati (meglio lontani dai social),magari eviterete brutte sorprese…i riferimenti sulle disposizioni tedesche sono contenute nella hate speech (qui per leggere)

Sperando che le forze dell’ordine italiane e tedesche prendano sin da subito provvedimenti in merito,rimaniamo a disposizione delle autorità!

Collaboratore di Giustizia in pericolo.Dubbi sul servizio di protezione.

Pentito di mafia individuato in località protetta: “Il mio vicino di casa è del mio stesso paese”

Il collaboratore di giustizia Benito Morsicato ha rivelato a Fabrizio Capecelatro,direttore responsabile del giornale on line CiSiamo.info,di essere stato individuato nella località protetta in cui vive da poco più di mese, in quanto il Ministero dell’Interno ha affittato per lui una casa accanto a una persona del suo stesso paese di provenienza.

Ecco il suo racconto – intervista al direttore di Cisiamo.info:

“Ho paura perfino a stare in casa”. Esordisce così, al telefono, Benito Morsicato, ex affiliato del clan mafioso di Bagheria e oggi collaboratore di giustizia“Ero nel cortile condominiale della palazzina in cui vivo, quando mi sono sentito chiamare per nome: per istinto mi sono girato e ho visto un uomo che non riconoscevo. Lui però sì, lui riconosceva me…”

È sconvolto e arrabbiato allo stesso tempo Benito Morsicato e, proprio per questa rabbia, ha deciso di contattarmi per dirmi che non ce la fa più. Ha già lasciato in passato il Programma di protezione, ma poi ha sempre creduto alla promessa che potesse andare meglio, per se stesso, per sua moglie e per le sue due figlie, di 10 e 16 anni.

«Ho fatto bene – mi dice al telefono – quando, lo scorso 16 maggio, ho abbandonato il Programma di protezione e sono tornato a Palermo: lì, paradossalmente, mi sentivo più sicuro. Almeno i Carabinieri del posto mi conoscevano e cercavano di proteggermi come potevano».

A 20 chilometri da Bagheria, però, Morsicato è esposto a rischi che lo Stato non può far finta di non vedere. E così, proprio su suggerimento di quei Carabinieri che avevano tentato di proteggerlo, rientra nel programma di protezione e si trasferisce in una località protetta.

«A settembre 2018, il primo giorno di scuola, mia figlia torna a casa ancor prima che finisse l’orario scolastico: “Papà – mi dice – in classe con me c’è la nipote di Nicola Testa”»Nicola Testa, per chi non lo sapesse, è un boss mafioso proveniente proprio da Bagheria«Attualmente – spiega Morsicato – è detenuto anche grazie alle mie dichiarazioni».

«Inoltre – aggiunge il collaboratore di giustizia al telefono – frequentando il bar sotto la casa in cui il Ministero dell’Interno faceva alloggiare me e le mia famiglia, scopro che tutti sapevano che in quell’appartamento vivevano pentiti di mafia o loro parenti».

Come prevede il regolamento, Benito Morsicato comunica tempestivamente il tutto ai suoi referenti delle Forze dell’Ordine. Loro fanno le indagini e, alla fine, richiedono l’immediato trasferimento.

«Il 22 novembre sempre del 2018, dopo neanche un mese e mezzo dal mio rientro nel programma di protezione, ci trasferiscono quindi in una nuova località. Subito mi accorgo che la caldaia dell’appartamento in cui avremmo dovuto vivere non era sicura, in quanto vi erano evidenti perdite di gas. L’ho fatto presente agli agenti del Nucleo Operativo di Protezione (Nop), che più che promettere l’intervento di qualche tecnico non hanno fatto».

«Un giorno, nell’accendere la caldaia manualmente, c’è stato un ritorno di fiamma e quindi, preoccupato per l’incolumità mia e della mia famiglia, ho chiamato direttamente il Servizio Centrale di Protezione a Roma e da lì mi hanno autorizzato a contattare tempestivamente i Vigili del Fuoco. I miei sospetti non erano infondati: sono stati messi i sigilli all’intero impianto di riscaldamento della casa, perché non era a norma».

«A quel punto – continua Morsicato – i Nop, sollecitati dal Servizio Centrale di Protezione, mi chiedono di preparare subito le valigie e mi trasferiscono in una nuova località, la terza in 4 mesi». Lì inizialmente sembra, finalmente, andare tutto bene: «Ho solo dovuto sollecitare più volte l’iscrizione delle mie figlie a scuola, che in 4 mesi hanno frequentato pochissimi giorni visti i continui trasferimenti».

Benito Morsicato

Ora però Benito Morsicato ha scoperto che anche questa località, un piccolo paesino del Nord Italia, non è sicura per lui e per la sua famiglia«Una ventina di giorni fa, un signore che abita nel mio stesso palazzo, composto da soli 4 appartamenti, di cui peraltro uno è vuoto, suona il mio campanello. Per scrupolo e per diffidenza, faccio rispondere alla mia figlia più grande: era semplicemente un vicino di casa che, come gentilezza, voleva presentarsi ai nuovi condomini».

«In quell’occasione – chiarisce Morsicato – ho evitato di farmi trovare, facendo dire a mia figlia che noi genitori eravamo fuori casa. Noi collaboratori di giustizia meno legami stringiamo e meglio è».

«Ieri, però, ero nel cortile condominiale della palazzina in cui vivo, quando mi sono sentito chiamare per nome: per istinto mi sono girato e ho visto un uomo che non riconoscevo. Lui però sì, lui riconosceva me. Mi aveva riconosciuto già da diversi giorni, per questo era venuto a presentarsi a casa mia. Sapeva chi ero, chi ero stato e cosa avevo fatto, perché era del mio stesso paese, Bagheria».

«Fra l’altro – aggiunge Morsicato – ha lo stesso cognome di una persona a cui io stesso ho fatto estorsione: non so se siano parenti, ma ovviamente mi spaventa questa possibilità. Per questo ho deciso di denunciare, di dirlo di nuovo ai Nop, pur consapevole che probabilmente questo vorrà dire un nuovo trasferimento, per me ma soprattutto per le mie figlie».

«Ma è questo il modo di individuare una località per un Collaboratore di Giustizia?», si chiede il collaboratore Morsicato, che poi aggiunge: «Io non ce la faccio più: non posso continuare a trasferirmi, a cambiare casa, a far cambiare città scuola, amicizie alle mie figlie. In 4 anni e mezzo che sono collaboratore di giustizia ho già effettuato 10 trasferimenti, di cui 3 negli ultimi 4 mesi».

«Fra l’altro – prosegue Morsicato – continuano a trasferire in località della stessa regione, benché io abbia fatto più volte presente che non è una zona idonea in quanto conosco molte persone. Spero che ora, dopo il terzo trasferimento, ascoltino finalmente la mia istanza».

«Se non fosse per un Capitano della Guardia di Finanza, mio referente al Servizio Centrale di Protezione, lascerei di nuovo il programma per non rientrarci più. È l’unico che mi dà sostegno come uomo e come funzionario dello Stato».

«Per il resto – conclude Morsicato – credo che lo Stato non abbia più voglia di proteggermi: temo che questi continui errori rientrino in una tattica affinché, finiti i processi, noi collaboratori di giustizia ci stanchiamo e ce ne andiamo di nostra iniziativa dal programma di protezione».

Fonte Cisiamo.info

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